Università pubbliche e private davanti alla sfida di preparare i nuovi medici. Genomica, medicina personalizzata e tecnologie digitali richiedono competenze scientifiche, capacità critica e una rinnovata cultura della cura.
Chi formerà i medici capaci di governare una medicina che cambia più rapidamente dei suoi programmi di studio? Quali competenze serviranno per valutare un algoritmo, interpretare un risultato genomico e accompagnare una persona nelle decisioni sulla propria salute? E quali università, pubbliche e private, stanno costruendo percorsi adeguati a questa trasformazione?
Sono domande legittime. Riguardano la qualità delle cure, la fiducia dei cittadini e la possibilità di rendere accessibili i benefici dell’innovazione. La formazione medica nell’era dell’intelligenza artificiale è una questione di interesse collettivo: dal modo in cui prepariamo oggi i professionisti dipenderà una parte importante della sanità di domani.
Il punto di partenza dovrebbe essere chiaro: la persona deve rimanere il criterio con cui valutare ogni progresso, dalla ricerca alla formazione, fino all’organizzazione dell’assistenza.
Il medico è chiamato a integrare conoscenze sempre più articolate. Un risultato prodotto da un sistema digitale acquista significato quando viene confrontato con la storia clinica, i sintomi, le altre malattie e le condizioni di vita del paziente. Per questo la capacità di formulare domande, verificare le risposte e riconoscere l’incertezza deve diventare una priorità educativa.
L’Organizzazione mondiale della sanità, nelle indicazioni sui grandi modelli multimodali, evidenzia possibili applicazioni nella pratica clinica, nella ricerca, nella formazione e nelle attività amministrative. Segnala anche il rischio di contenuti falsi, incompleti o distorti. Una risposta convincente richiede comunque una verifica della sua attendibilità.
Da questa consapevolezza nasce un’esigenza precisa: insegnare ai futuri medici a comprendere su quali dati sia stato sviluppato un sistema, per quali compiti sia stato valutato e quali limiti presenti. La familiarità con un’interfaccia deve accompagnarsi alla capacità di giudicare la qualità delle prove.
Anche la genomica e la medicina di precisione stanno modificando il ragionamento clinico. In oncologia, per esempio, l’analisi di biomarcatori può orientare la scelta di alcune terapie. Il National Cancer Institute ricorda però che un’alterazione identificata non corrisponde sempre a un trattamento disponibile e che una corrispondenza molecolare non garantisce una risposta alla cura.
La formazione deve preparare a spiegare queste possibilità e questi limiti. Occorre saper discutere l’utilità di un esame, interpretarne il risultato e coinvolgere le competenze specialistiche appropriate. Personalizzare la medicina significa anche conoscere le preferenze del paziente, la sua fragilità, le risorse familiari e ciò che considera importante per la propria vita. Il profilo biologico entra in una storia umana più ampia.
Quali percorsi possono formare meglio i nuovi medici? La distinzione tra pubblico e privato, da sola, non è un criterio sufficiente di qualità. Servono informazioni verificabili sui tirocini, sulla preparazione dei docenti, sulla supervisione clinica, sull’accesso alla ricerca e sulle competenze effettivamente acquisite dagli studenti.
Nel settore pubblico, un esempio di integrazione è il percorso MEET, Medicine Enhanced by Engineering Technology, presentato dall’Università di Pisa e realizzato con l’Università di Pavia, la Scuola Superiore Sant’Anna e la Scuola IUSS. Affianca alla preparazione medica insegnamenti tecnologici e ingegneristici, includendo aspetti di gestione sanitaria ed etica.
Un altro modello è la MEDTEC School di Humanitas University, ateneo non statale, sviluppata insieme al Politecnico di Milano, pubblico. Il percorso integra medicina e ingegneria biomedica, con attenzione anche all’intelligenza artificiale e alla medicina di precisione. La collaborazione mostra quanto possa essere produttivo mettere in relazione competenze e istituzioni diverse.
Per valutare le migliori università italiane per Medicina, un riferimento utile è la QS World University Rankings by Subject 2026. Nella disciplina specifica Medicine, i primi sei atenei italiani sono i seguenti; le posizioni riportate si riferiscono alla graduatoria mondiale.
| Ateneo | Natura | Posizione mondiale QS Medicina 2026 |
|---|---|---|
| Università degli Studi di Milano | Pubblica | 65ª |
| Sapienza Università di Roma | Pubblica | 72ª |
| Università di Bologna | Pubblica | 76ª |
| Università di Padova | Pubblica | 104ª |
| Università Cattolica del Sacro Cuore | Non statale | 143ª |
| Università Vita-Salute San Raffaele | Non statale | 164ª |
Questi risultati collocano Milano, Sapienza, Bologna e Padova tra i principali riferimenti pubblici nella graduatoria; Cattolica e Vita-Salute San Raffaele emergono tra gli atenei non statali. Il San Raffaele conferma nella propria comunicazione il 164° posto mondiale per Medicina.
Occorre però interpretare correttamente il confronto. QS considera reputazione accademica e presso i datori di lavoro, citazioni, H-index e reti internazionali di ricerca. Questi indicatori non misurano direttamente la qualità del singolo tirocinio o la preparazione pratica all’uso dell’IA. Inoltre, la disciplina Medicine va distinta dalla più ampia area Life Sciences & Medicine.
La valutazione che ne deriva è articolata: questi sei atenei rappresentano riferimenti da considerare per il posizionamento internazionale; per l’integrazione esplicita tra formazione medica e tecnologica meritano attenzione anche i modelli MEDTEC e MEET. Un percorso interdisciplinare documentato è un elemento positivo, ma la sua presenza non dimostra da sola una superiorità complessiva.
La scelta richiede di confrontare piani di studio, tirocini, supervisione, costi, borse di studio e opportunità coerenti con gli interessi dello studente. Per il sistema universitario, la domanda decisiva è quali caratteristiche debbano diventare patrimonio comune di ogni facoltà di Medicina.
Anzitutto, una solida esperienza accanto ai pazienti, con tutor disponibili e responsabilità progressive. Poi la capacità di leggere criticamente la letteratura scientifica, comprendere la statistica e distinguere un risultato promettente da un beneficio clinico dimostrato. A queste basi devono aggiungersi genomica, competenze digitali, bioetica e comunicazione.
L’interdisciplinarità dovrebbe tradursi in attività concrete: discutere casi insieme a genetisti, infermieri, farmacisti, psicologi, ingegneri e specialisti dei dati. Anche la formazione alla relazione deve prevedere esercizio, osservazione e riscontro dei docenti. Comunicare un’incertezza, ascoltare una paura e condividere una scelta sono competenze da coltivare e valutare.
In questa prospettiva, pubblico e privato hanno una responsabilità comune verso la società. L’università pubblica deve poter innovare attraverso investimenti in docenti, laboratori e reti cliniche. Gli atenei privati devono rendere trasparenti la qualità dell’offerta e le opportunità di accesso. Per entrambi, borse di studio, sostegni economici e condizioni sostenibili di frequenza sono parte della qualità educativa. Il talento di un futuro medico non dovrebbe dipendere dal reddito familiare.
Resta la domanda più impegnativa: come governare una tecnologia in evoluzione continua? Un principio operativo dovrebbe guidare le scelte: ogni introduzione tecnologica deve essere accompagnata da un percorso di valutazione e controllo.
Prima dell’adozione, una struttura sanitaria dovrebbe definire il problema da risolvere, verificare le prove disponibili e valutare il sistema nel contesto in cui verrà utilizzato. Dopo l’introduzione, dovrebbe monitorare errori, risultati e differenze di prestazione tra gruppi di pazienti. Gli aggiornamenti capaci di modificare il comportamento del software dovrebbero attivare nuove verifiche. Devono inoltre essere chiari i responsabili del controllo e le condizioni per sospenderne l’impiego.
Le indicazioni dell’OMS sui modelli multimodali richiamano valutazioni indipendenti dopo l’introduzione e il coinvolgimento di professionisti e pazienti nello sviluppo. La governance richiede quindi responsabilità organizzative, oltre alla preparazione individuale del medico.
Servono tempo per verificare, procedure per segnalare problemi, protezione dei dati e autonomia per contestare una raccomandazione automatica. Il controllo umano diventa concreto quando chi decide dispone di competenze e condizioni di lavoro adeguate.
La stessa logica deve guidare la formazione continua dei medici. Università, ospedali e società scientifiche dovrebbero costruire aggiornamenti periodici basati su casi clinici, confronto tra colleghi e valutazione delle competenze. Va preservata l’indipendenza dei contenuti, rendendo trasparenti gli eventuali interessi commerciali. E occorre continuare a esercitare il ragionamento clinico, anche attraverso casi affrontati inizialmente senza assistenza automatica.
Infine, la centralità della persona deve diventare verificabile. Il paziente comprende le opzioni disponibili? Ha spazio per esprimere dubbi e preferenze? Il tempo eventualmente risparmiato con gli strumenti digitali viene reinvestito nell’ascolto? Le innovazioni raggiungono anche chi vive lontano dai grandi centri?
Su queste domande si misura il valore della trasformazione. La medicina avrà bisogno di professionisti capaci di usare strumenti sempre più potenti e di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie decisioni. Formare questi medici significa investire, insieme, nella conoscenza scientifica e nella responsabilità della cura.


