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Luca Barbareschi, un uomo, un ideale

ROMA – Ebbene sì, tenetevi forte alla sedia: Luca Barbareschi, uno dei fedeli pretoriani di Gianfranco Fini, uno che gliele ha cantate al Cavaliere, personaggio senza macchia e senza paura, sta passando di nuovo nelle truppe del Caimano. Ieri si è recato a Villa San Martino, pare, per confidare ad un commosso Cavaliere il suo enorme errore nell’aver creduto in Fli, che ora si ritrova con personaggi come Rutelli. Pare che il re di Arcore lo abbia accolto a braccia aperte ed ogni tanto gli forniva qualche carezza consolatoria.

Luca è un tipo tosto e la sua vita è stata sempre improntata alla lotta alle ingiustizie ma, soprattutto, a denunciare l’enorme conflitto di interessi del Cavaliere. A luglio, infatti, gridava: “Berlusconi gestisce le nomine Rai, fa fatturare alla Rai Endemol che è sua, distrugge le piccole aziende”. Naturalmente, si trattava di una protesta disinteressata e chiunque sospettasse che, in realtà, parlava anche a nome della sua società di produzione (“Casanova Multimedia”) è un fellone retrogrado ed infingardo.

A dicembre, subito dopo il voto di fiducia al governo Berlusconi, si è scagliato contro Catia Polidori (finiana che vota la fiducia), accusandola di aver ricevuto pressioni dai parenti proprietari dell’università privata “Cepu”. Era una furia, mai visto così sdegnato per chi mette innanzi al bene collettivo il suo privato interesse.

Un difensore dell’Italia unita, uno di quelli che “Noi crediamo moltissimo a questa Italia, solo uno psicotico può pensare che esista un’entità come la Padania”. Insomma, integerrimo, soprattutto nel criticare il premier: “Berlusconi non è più credibile, è un grande bluff, anche come imprenditore è nei guai. Mediaset non ha una visione internazionale, non è quel grande gruppo come invece sostiene il premier. Il 14 lo sfiduciamo, l’Italia ha bisogno di un nuovo modo di governare”. Il suo manifesto, esternato in una roboante intervista al “Secolo d’Italia” annunciava: “Aderisco a Fli con lo stesso spirito con cui mio padre ha combattuto tra i partigiani bianchi, nel Cln. Dobbiamo liberare l’Italia da una politica vecchia, obsoleta, morta” e metteva il petto in fuori, tirando fuori le alabarde e gli stendardi della famiglia risorgimentale. Mancava l’effigie di Vittorio Emanuele II.

Ora lui smentisce di voler fare il salto della quaglia, di passare per uno Scilipolti qualsiasi ma le malelingue sembrano prevalere e dire, come un suo nemico in Rai, che “quando Barbareschi urla, strepita, fa sfracelli, vuol dire che c’è in ballo qualche sua fiction da approvare”. Invidiosi e cattivi. Perché Luca non si presta a queste bassezze. Intanto non ha partecipato alla votazione di sfiducia contro il ministro Bondi, lui che, subito dopo la vittoria del centro-destra nel 2008, brigò per occupare la medesima poltrona. Ora, per lui, si tratta soltanto di ricordare lo slogan universale degli italiani, che poi è anche il suo manifesto politico: “Tengo famiglia”.

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