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La Fiat se ne va dall’Italia. Tutto nelle mani di Marchionne

ROMA – Sembra proprio che la realtà superi la fiction.

Soltanto una settimana fa avevamo pubblicato, sul nostro giornale telematico, un articolo-fiction nella nostra rubrica di fantapolitica ‘2027, l’alba della democrazia’ intitolato ‘Il caso Marchionne’, nel quale parlavamo di una presa totale di potere, da parte di Marchionne, della Fiat. L’articolo, fantascientifico, affermava che Marchionni aveva preso il posto degli Agnelli alla guida della casa automobilistica di Torino, mutandogli il nome in M&C , vale a dire Marchionne-Chrysler.

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La storia si ripete, e con una assurda coazione a ripetere ci ripropone gli anni medievali duranti i quali i maggiordomi dei Merovingi, Carlo Martello prima e poi Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, rubarono il potere reale ai ‘Re fannulloni’ che avevano demandato il governo dei Franchi a coloro che poi formeranno la dinastia dei Carolingi.
Intanto tra oblio del passato e fantasticherie del futuro la realtà contingente si presenta in tutta la sua tragicità: gli Agnelli sono ormai tagliati fuori dal potere decisionale, i manager di Torino emigrano a Detroit, e, nonostante le assicurazioni dei nostri politici, la Fiat se ne andrà dall’Italia.

Chiaramente nessuno ha il coraggio di dirlo esplicitamente, Torino tutta scenderebbe in piazza, anche i benpensanti che hanno calato le brache davanti al deus ex machina  Marchionni e al suo sodale Berlusconi, il quale, scandalosamente, affermò la sua assoluta fiducia per il lavoro dell’amministratore delegato della Fiat dicendo che faceva bene a comportarsi così.

Ma vediamo ciò che dicono i politici. Cominciamo da quel genio di Giovanardi che ha riempito, con la sua legge sul consumo della droga, Il D.P.R. D.P.R. n. 309/1990, meglio conosciuta legge Fini-Giovanardi,  le patrie galere: “ … quella sulla Fiat è stata una tempesta in un bicchier d’acqua, la Fiat non se ne andrà da Torino. C’è un rispetto dell’autonomia reciproca e poi c’è anche un ruolo della politica. Ma non credo che la Fiat se ne andrà da Torino.” Ma come, il cattolico moralista Giovanardi prima dice “la Fiat non se ne andrà da Torino” e poi dice “non credo che la Fiat se ne andrà da Torino”. Alla faccia della coerenza. Forse il nostro eroe nazionale, paladino degli antiabortisti, non sa che temporali si annunciano sempre con poche gocce d’acqua, e che il suo ‘non credere cha la Fiat lascerà Torino’ non salverà il capoluogo piemontesi dalla desolazione.
Ora sentiamo Fassino che inizia a Torino la sua carriera politica, naturalmente dopo essere andato a scuola dai gesuiti, come egli stesso ha affermato con orgoglio qualche anno fa, quando il catto-comunismo, cominciava ad andare molto di moda: “Avere sostenuto il sì all’accordo su Mirafiori rende più forte la richiesta alla Fiat di rispettare gli impegni pattuiti con i lavoratori e di garantire la presenza a Torino”. Fassino, è ancora convinto, o mente sapendo di mentire, che sarebbe stato molto peggio dire no a Marchionne perché di fronte a un no l’azienda avesse scelto di effettuare altrove l’investimento. E noi gli chiediamo: “Perché, grande politico che vuole diventare sindaco di una città fantasma, ora che sta accadendo?. E quando avverrà sarà sempre colpa di quei comunisti della Fiom?”

Con il presidente della regione, il leghista Cota si arriva al grottesco: “Le macchine non bisogna produrle in Cina, ma si possono produrre qui, da noi. L’internazionalizzazione è una cosa giusta. È una cosa sbagliata la delocalizzazione. A me, come Presidente della Regione interessa che qui in Piemonte aumentino i posti di lavoro e che questo venga considerato un territorio produttivo.
Continuare a fare base a Torino risponde all’interesse della Fiat ad avere una base per aggredire il mercato europeo. Se i nostri rapporti sindacali saranno più moderni non ci sarà da temere nessun trasloco.” Cota dovrebbe spiegare ai suoi elettori torinesi che differenza c’è tra “internazionalizzazione e delocalizzazione”! E dovrebbe anche spiegare per quale motivo metafisico il salvatore della patria Marchionne dovrebbe avere nei suoi più reconditi pensieri ciò che il presidente leghista crede come un atto di fede. Ma anche lui furbescamente si lascia aperta una porta di sicurezza: se la Fiat se ne va è perché i sindacati non sono ‘moderni’.
In tutto questo i sindacati, tranne la Fiom, e qualche timido balbettio della Camusso che crede ancora che ci siano margini di trattativa, se ne stanno tranquilli pensando, forse di trasferirsi anch’essi oltreoceano, come se facessero ormai parte dell’indotto Fiat.

E potremmo continuare all’infinito con queste dichiarazioni che dicono e non dicono, con mezze verità dove si intravede molto chiaramente una cosa: Torino è il modellino finale di ciò che sarà lo sfacelo dell’Italia. La realtà presente sta già velocemente superando le proiezioni sul futuro: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” a fissare un castello di carte crollare inesorabilmente, a rallentatore, sperando di non essere la prossima foglia a cadere.
Forse è ormai giunta l’ora di invadere le piazze silenziosamente e rimanere li, in silenzio, finché anche i più stupidi estimatori di questo governo non capiscano che è ora di dire basta.

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