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MILANO – Un Gianfranco Fini per niente dimesso ma anzi combattivo ha sfidato dal palco del congresso fondativo di Fli il suo antagonista Silvio Berlusconi dicendogli: “Dimettiti e mi dimetterò anche io: poi andiamo alle elezioni”. Una sfida in piena regola, forse dettata dalla sicurezza che il premier non si dimetterà mai a causa dei suoi guai giudiziari.

È mezzogiorno e mezzo quando il leader di Fli fa il suo ingresso  al padiglione 18 della Fiera Milano di Rho Pero con la sua compagna Elisabetta Tulliani. Uno scroscio di applausi lo accoglie mentre la coppia si siede in prima fila. Poco dopo viene eletto all’unanimità presidente di Fli, una carica dalla quale, però, lui si autosospende perché la ritiene incompatibile con il suo incarico di presidente della Camera. “Qui c’è un piccolo miracolo che si è tradotto con questa assemblea. E che arriva dopo lo scetticismo di molti ed il travaglio interiore iniziati con il percorso intraprese il 29 luglio e cioè con la nostra estromissione dal Pdl” esordisce nel suo discorso, poco dopo interrotto dall’irruzione di un uomo alle sue spalle, subito bloccato dalle forze di sicurezza. L’uomo, vestito con un frac verde gridava di essere del programma “Le iene”. Lo stesso Fini ha tranquillizzato la platea dicendo che non era successo nulla di importante.

Fini ha tenuto a precisare che la sua battaglia si inserisce nel tentativo di costruire una grande forza di destra e di governo, “l’unica strada che avevamo per non ammainare la bandiera che avevamo alzato del Pdl. È un atto di coerenza verso i principi e i valori del Pdl di un Pdl grande e plurale schieramento di centrodestra”, sottolineando, inoltre, che “essere di destra significa avere senso dello Stato e rispettare anche la prima parte della Costituzione, compreso l’articolo 3. La sovranità popolare non significa impunità, non significa infischiarsene della Costituzione, non significa essere al di sopra della legge. Neanche se si è eletti con il 99% dei voti”, perché, ha aggiunto “il richiamo alla sovranità popolare non può essere un pretesto per una deriva plebiscitaria”. Il Presidente della Camera ha proseguito sottolineando come sia “sacrosanto dire di abbassare i toni ma se ministri della Repubblica dicono testualmente che ad abbassare i toni devono essere i magistrati che non fanno comunicati ma indagini, c’è un approccio da una parte dell’esecutivo che non può portare al raffreddamento. Se i magistrati sbagliano pagano, ma la politica non può attaccare frontalmente la magistratura”. Per questo, ha continuato Fini, “noi non ci siamo messi di traverso alla riforma della giustizia, ma a una riforma finalizzata a garantire posizione personali e non certo a migliorare la giustizia in Italia”.

Poi la stoccata a Berlusconi e al caso Ruby: “È molto doloroso vedere che per certi comportamenti che non hanno a che fare con la politica siamo diventati lo zimbello di tutto l’Occidente e non solo dell’Occidente”. Non si tratta di “moralismo”, ha sottolineato il leader di Fli, ma si tratta di “dire che ai nostri figli non possiamo soltanto insegnare che conta quanto guadagni, se riesci a farla franca, se qualcuno ti aiuta a non pagare dazio. Non è moralismo dire che non tutto è denaro ma bisogna impegnarsi con il lavoro, con il sacrificio, senza scorciatoie”. Non è possibile “considerare la donna in ragione della sua avvenenza, disponibilità”.

Infine la stoccata al Cavaliere: “Dato che si è interrotto quel patto e sono venute meno le condizioni di allora, faremmo entrambi una splendida figura se ci si dimettesse per consentire così agli italiani di esprimere con il voto la loro sovranità popolare”.

Un’ovazione accoglie le ultime parole di un discorso durata novanta minuti, sulle note dell’Inno di Mameli. È partita la campagna di primavera di quella che vuole divenire la vera destra democratica italiana.

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