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Italia, Paese delle corporazioni. Ognuno ne vuole una con l’obiettivo di non farci entrare gli altri

Ricevo sulla posta elettronica un articolo di una rivista di fotografia di un anno fa, con un titolo che è tutto un programma: ”Fotocronaca oggi: problemi e proposte per una professione”. Un duro atto di accusa contro l’informazione che, oramai, non consente più ad un fotogiornalista di poter sopravvivere. Un problema serio, certamente. Leggiamo lo sfogo di Massimo Viegi ed Ermes Beltrami, fotoreporter milanesi, i quali raccontano come si sia ridotta questa professione, con gli editori che oramai pagano anche soltanto cinque euro uno scatto. I due fotoreporter lamentano soprattutto il fatto che, con l’avvento del digitale, chiunque può scattare un’immagine interessante e proporla ad un giornale. Ciò comporta un continuo abbassamento della qualità, con la spasmodica ricerca, da parte degli editori, della foto a minor prezzo. “Il mestiere di vendere le foto ai giornali tramite le agenzie fotografiche in Italia si è sviluppato al di fuori delle regole del giornalismo, che qui sono state fatte prima della diffusione della fotografia e poi non sono mai state cambiate”. Ma quali sarebbero queste “regole del giornalismo”? Lo si spiega più avanti e si viene così a scoprire che, mentre il giornalista è iscritto ad un ordine professionale e quindi non può essere pagato al di sotto del minimo tariffario (che comunque è bassissimo), un fotoreporter non ha alcun ordine professionale (solamente pochi di essi sono iscritti a quello tradizionale, di chi lavora come redattore). Ciò consente a qualsiasi persona armata di una Nikon o di una Canon di proporsi alle redazioni. Sbagliato? Sbagliatissimo. I due fotoreporter, infatti, propongono norme draconiane: “Chi compra le foto deve essere obbligato a farlo da chi è iscritto ad un’associazione professionale”. Insomma, un modo come un altro per introdurre un altro ordine professionale, limitare le iscrizioni agli amici degli amici e impedire a chiunque (soprattutto alle nuove leve) di entrarvi. Esattamente come fanno già da secoli i notai.

Immaginiamo che un bravissimo fotografo – giovane, rampante, con un’idea precisa della fotografia giornalistica – faccia un grande scoop, documentando in un’inchiesta un grave fatto politico o di cronaca. Ebbene, secondo i due fotoreporter milanesi, a questo giovane “free-lance” dovrebbe essere vietato vendere le sue immagini se non è iscritto ad un’associazione professionale.

L’Italia è il Paese dove qualsiasi lavoratore autonomo o professionista sogna di appartenere ad una setta o ad un ordine professionale (in alcuni casi sono la stessa cosa). Perché soltanto in questo modo immagina che, nel nostro Paese, si possa lavorare e magari guadagnare più degli altri, senza doversi ammazzare nello studio e nella ricerca per migliorare le proprie conoscenze e abilità. Un’idea feudale, forse barbarica delle attività economiche. Trincerandosi dietro l’esigenza di non essere sfruttati (le mitiche “tariffe minime inderogabili”), i teorici dell’esclusività di gruppo (ristretto) anelano al “numero chiuso” e lo confondono con astratte ed utilitaristiche (per se stessi) “norme deontologiche”. E così anche professioni intellettuali di grande nobiltà, come l’esercizio della fotografia o del giornalismo (che, peraltro, si insinuano a pieno titolo nel sacro diritto di manifestazione del pensiero sancito dall’articolo 21 della Costituzione), dovrebbero essere “regolamentate”, il che vuol dire, in sostanza, rese esclusive per una “casta” (sempre gli amici degli amici).

A tutti coloro che propongono tali bislacche e liberticide soluzioni non viene in mente che le loro idee si scontrano frontalmente con la libera concorrenza, che premia (o almeno così dovrebbe essere) i più bravi? I due fotoreporter milanesi lodano il fatto che ogni anno c’è almeno un italiano fra i premiati al prestigioso “World Press Photo”. Difficile pensare che questi ultimi non lavorino con un qualche profitto e che non riescano a vendere i loro avvincenti reportage. Ed allora? Siamo proprio sicuri che un “Ordine professionale dei fotoreporter” stimolerebbe le nuove leve, scoprendo novelli Cartier Bresson e Robert Capa?

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