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Berlino. Il ministro si dimette per aver copiato una tesi di laurea. Non per il bunga bunga

BERLINO –  «È la decisione più dolorosa della mia vita». Lo ha detto il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, in una breve dichiarazione alla stampa dopo aver rassegnato le dimissioni dall’incarico, in seguito allo scandalo suscitato dalla scoperta che aveva copiato la sua tesi di dottorato. «Non si lascia facilmente un incarico che si è svolto con il cuore», ha aggiunto il 39enne Guttenberg nella sede del suo ex ministero, precisando che non si è dimesso per la vicenda in sé, ma perché il peso dello scandalo ricade ora su tutti i militari. Tutti i media focalizzano l’attenzione sulla sua persone e sulla sua tesi di dottorato, ha lamentato l’ormai ex ministro, invece di concentrarsi sui soldati feriti o uccisi in Afghanistan.

Pazzesco, inimmaginabile, incredibile. Non si hanno più aggettivi per qualificare la notizia delle dimissioni del Ministro della difesa della coalizione governativa tedesca guidata da Angela Merkel. Uno di quei fatti che fa venire voglia di prenotare il primo volo per Berlino e stabilirsi lì per sempre. Ma soprattutto il tutto sembra accadere nell’Iperuranio platonico quanto è invece la prassi di tutti i Paesi democratici del mondo: quello di dimettersi non solo per aver compiuto qualcosa di illegale (anche da noi presentare una dissertazione di laurea o di dottorato copiata integra il reato di plagio) ma per aver mentito ai cittadini.

La fonte della legittimazione per qualsiasi uomo politico (in Germania, nel Regno Unito, in Irlanda, in Francia, in Austria, in Finlandia, in Svezia, in Norvegia, in Danimarca, in Belgio, in Olanda, in Svizzera, in Australia, in Usa, in Canada per non citare che le democrazie di vecchio conio) è il principio di rappresentanza, una sorta di mandato non imperativo in forza del quale il deputato o ministro rappresenta le istanze degli elettori, non soltanto di quelli che lo hanno votato ma anche di coloro che non lo hanno votato (da noi il principio è presente nell’articolo 67 della Costituzione). Ma il mandato, che è un contratto, viene definito dai giuristi come un accordo che si basa sulla fiducia, sulla conoscenza personale fra i soggetti (a tal proposito si utilizza il termine latino “intuitus personae”, cioè “in considerazione della persona”). Ora, qual è l’elemento che in un contratto di questo tipo è in grado di “scardinare” questa fiducia? La risposta sorge spontanea: la menzogna. Il rappresentante che falsifica le carte, che dice cose non vere al rappresentato si colloca fuori dall’efficacia dell’atto stipulato, tanto è vero che la giurisprudenza maggioritaria, su questo punto, ritiene giustificato il licenziamento del rappresentante che non abbia riferito con correttezza le cose di lavoro al mandante.

Nelle democrazie mature si spiegano in questo modo le dimissioni come quelle di Zu Guttemberg. Ciò che vizia all’origine le sue funzioni di ministro e deputato (quindi di rappresentante della volontà popolare) è proprio l’aver smentito il fatto di cui era accusato. Oggettivamente, un problema di plagio in una tesi di dottorato inficia anche il titolo accademico conseguito ma questo ha rilevanza sul piano sociale e personale per il ministro. Ciò che ha, invece, rilevanza sul piano politico è la menzogna. Il ragionamento che matura nelle democrazie mature è il seguente: “Se Zu Guttemberg ha mentito su un fatto personale della sua vita, in fondo un peccato veniale, che cosa potrà mai fare su altri fatti ben più gravi e importanti?”. La risposta, in questi Paesi, è fuori discussione: il politico non può mentire in nessun caso, perché viola il patto di fiducia con gli elettori e con i cittadini da lui rappresentati.

Negli Usa, gli esempi di fatti del genere sono noti. Tralasciando il “Watergate” (dove anche il Presidente Nixon si dovette dimettere per aver mentito alla Nazione), alcuni membri del Congresso si sono dimessi per non aver pagato i contributi alla colf o per scandali sessuali (avevano amanti pur essendo sposati) ed aver mentito, almeno in un primo momento.

Lasciamo ai vari Ferrara e Sallusti le insensatezze sul “puritanesimo” e la “doppia morale”, che sono e saranno sempre miserabili argomentazioni, anche se ben retribuite. Ciò che suscita sgomento ma anche rabbia è misurare la distanza che oramai il berlusconismo ha frapposto fra noi e i Paesi civili; una distanza abissale che, una volta terminato per sempre l’infausto potere del magnate di Arcore, sarà molto difficile colmare.

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