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“Prima o dopo vi spacco la faccia o vi denunciamo. Verrà un giorno in cui la gente vi piglia per il collo. Attenti, c’è un limite alla critica, finora l’abbiamo accettato, ma prima o poi viene il momento della rabbia”.

(Umberto Bossi rivolto ai giornalisti)

Ci sono parole che, in un sistema democratico, non possono essere usate, nemmeno per scherzo. Inutile qui ricordare che “nomina sunt consequentia rerum”, che cioè la scelta di una parola esprime un modo di pensare, un sistema di idee. Chi è ignorante ed utilizza un vocabolario scarso è perché fornisce poca importanza alla cultura e allo spirito. La persona colta, in grado di maneggiare un vocabolario molto esteso, per forza di cose avrà anche un pensiero ricco e produttivo.

Ora, in democrazia non dovrebbe essere possibile delegare la rappresentanza politica a persone impreparate e ignoranti. Con questo non vogliamo dire che siamo per un governo degli ottimati o per l’aristocrazia (che per Platone, era il “governo dei migliori”) ma che, in accordo con quanto riteneva Antonio Gramsci, «la politica è una materia complessa, per capirla occorre studiare, pensare e progettare». Insieme a Palmiro Togliatti, Gramsci, poco dopo aver fondato il Partito comunista nel 1921, organizzava corsi di studio per gli operai torinesi, nella convinzione che soltanto in questo modo la classe operaia avrebbe potuto primeggiare.

Ora, pensare che l’Italia possa uscire dalla crisi economica più grave dal dopoguerra ad oggi con il pensiero di Umberto Bossi è semplicemente folle. Bossi e la sua compagnia di teatranti esprimono, oramai da venti anni, una preparazione da bar dello sport, una totale inconsistenza intellettuale e una incapacità deleteria di fare qualcosa di diverso dal “difendere gli interessi del Nord”. In ciò violando l’articolo 67 della Costituzione, il quale impone che i deputati devono rappresentare la Nazione nel suo insieme.

Nella Lega di Bossi rivive in forme aggiornate quell’analfabetismo fascista degli Starace, quell’inconsistenza anche caratteriale dei Ciano, con l’aggravante di un’istigazione alla disunità del Paese che potrebbe rasentare il reato di “attentato alla Costituzione” (articolo 283 del codice penale).  Il suo è un vivere politico al di fuori della democrazia, la sua visione della rappresentanza politica è quella dei Lukashenko, dei Kim Il Sung, un familismo monarchico in cui il “cerchio magico” sostituisce i poteri indipendenti e autonomi teorizzati nel XVIII secolo da Montesquieu. Bossi è un tratto di penna sulle libertà costituzionali e sulle conquiste della democrazia avanzata. Per questo, nonostante il suo stato fisico, è molto pericoloso, più pericoloso di quanto si sia disposti a credere.

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