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Crisi di governo. Senza Tremonti forse ci salveremo

 

Se ne sono andati personaggi come Berlusconi (che ora appare riottosamente dagli schermi televisivi per dare ancora battaglia, a 75 anni e dopo venti di occupazione della scena, insomma il “nuovo che avanza”), Brunetta (una sorta di personaggio della commedia dell’arte), Sacconi (un triste uccello del malaugurio), Brambilla (con una mise da estetista), ma soprattutto è scomparso dalla stanza dei bottoni Giulio Tremonti, al quale si devono tutte intere le responsabilità per lo stato comatoso della nostra situazione economica.

Chi ci conosce e ci legge sa che non abbiamo in simpatia Berlusconi, anzi gli attribuiamo molte nefandezze. Ma non quella di essere stato il principale responsabile della incredibile serie di errori che il governo ha preso in materia economica. Diciamo che l’ex premier ha subito il dominio pieno e incontrollato del suo ministro economico e tutt’al più ha avuto la grave colpa di non averlo dimissionato, con le buone o le cattive ma di averlo sostenuto per interesse ed accidia. Lo stesso ex ministro Paolo Romani, oggi, in un’intervista a “Repubblica” ammette che con Tremonti era impossibile fare qualsiasi gioco di squadra e che ogni decisione di politica economica era subordinata ai suoi diktat. Un ministro presuntuoso e altezzoso, che guardava chiunque, senza peraltro poterselo permettere, dall’alto verso il basso ma che soprattutto riteneva di essere il genio risolutore di ogni problema, anche il più complesso. Si è visto. Appena conquistata nuovamente la poltrona di via XX settembre nel 2008 ha cancellato l’Ici (4 miliardi di danni ai Comuni), le norme antievasione del suo odiato predecessore Vincenzo Visco, voleva defiscalizzare le ore di straordinario a pochi mesi dalla crisi produttiva più grave dopo la seconda guerra mondiale (che avrebbe comportato non ore di straordinario ma licenziamenti di massa), asserendo poco dopo di aver intuito che stesse per arrivare. Ha realizzato un condono fiscale per premiare gli evasori e i riciclatori mentre portava in Parlamento leggi finanziarie “light” perché “i conti sono in ordine”. Soltanto l’estate scorsa, il guazzabuglio di tre o quattro decreti economici con provvedimenti prima annunciati e poi ritirati (come la cancellazione del riscatto della laurea e del servizio militare a fini pensionistici) ha evidenziato la scarsa adeguatezza del ministro e la necessità di un suo pronto ritorno alla libera professione e alla chiarissima docenza, per limitare i danni che è in grado di apportare al Paese. E come non aggiungere la miopia dei “tagli lineari”, ai quali anche uno studente fuori corso avrebbe saputo ricorrere e il criminale taglio di 8,5 miliardi di lire all’istruzione pubblica?

Sì, senza Giulio Tremonti ministro dell’economia forse ci salveremo. E sottolineiamo il “forse”.

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