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Loris Campetti, “Il Manifesto” e la “ santificazione” dei magistrati

 

Qualche giorno fa, dopo la rassegna stampa su Radio 3, un ascoltatore pone il quesito al giornalista di turno questa settimana, Loris Campetti del quotidiano “Il Manifesto” . L’anonimo ascoltatore esordisce sottolineando il suo stupore per il fatto che non si colpiscano coloro che veramente rappresentano una casta di privilegiati, cioè i magistrati. Secondo questo signore poco informato o capziosamente informato, i magistrati andrebbero tutti in pensione con il massimo grado (consigliere di Cassazione), percependo un assegno con il metodo retributivo (come i parlamentari) ma soprattutto avendo la colpa di non lavorare quanto dovuto perché la giustizia italiana è la più lenta e inefficiente del mondo.

Simili cialtronerie avrebbero dovuto essere liquidate dal giornalista in modo sprezzante, denunciando le falsità dette dall’ascoltatore (i magistrati vanno in pensione con il grado acquisito durante la carriera, per loro valgono le regole pensionistiche introdotte con le varie riforme per l’intera platea dei lavoratori e, naturalmente, come ben sa qualsiasi persona per bene, non sono affatto colpevoli dei ritardi nella giustizia civile e penale). Invece, Campetti è riuscito a smentire soltanto l’affermazione secondo cui i magistrati sono colpevoli delle inefficienze del processo, rimarcando giustamente che le colpe vanno addossate per intero al sistema politico. Poi, ha implicitamente concordato con l’ascoltatore che i magistrati siano una casta di privilegiati.

L’episodio, che di per sé non ha nulla di eccezionale, è significativo perché dimostra vecchi collegamenti ideologici, antiche incrostazioni ancora presenti nella sinistra e che, in modo paradossale, vanno a coincidere con l’anarchismo populista e fascista del berlusconismo. Secondo Campetti e “Il Manifesto” i magistrati non si devono santificare perché guadagnano un sacco di soldi. Prima di loro bisogna difendere gli operai, i pensionati, i lavoratori con salari da fame. La quasi adesione alle vergognose affermazioni dell’ascoltatore c’era quasi tutta, così come un pericoloso barcollare su una linea di confine che fa del garantismo all’italiana, caratterizzato da idee quali “Non auguro a nessuno la galera” o “Non si gioisce quando qualcuno viene arrestato” (e perché mai? Se arrestano un boss mafioso e stragista o un politico che ruba come si fa a non gioire?), il fondamento dei quotidiani attacchi ai magistrati e, con loro, all’ordine legale e costituzionale di una società. Ciò che i vari Loris Campetti non riescono proprio a comprendere è che i magistrati, intesi come funzione e come terzo potere dello Stato costituzionale (e non come un ordine professionale, al pari dei commercialisti, come vorrebbero i berlusconiani), assicurano un valore fondamentale per la sinistra: l’uguaglianza di tutti i cittadini. Attaccare loro è un atto implicitamente reazionario e di destra. Questo non vuol dire renderli immuni o santificarli, ma dare un significato preciso ad una parola: “Giustizia”.

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