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Farmacie, taxi, notai. Benvenuti nel Paese dove il Medioevo non è mai passato

 

Nonostante i proclami di una “rivoluzione liberale”, il berlusconismo è stato ed è il difensore più strenuo delle rendite delle corporazioni professionali. Nessuna riforma sarà possibile fin quando esisterà un partito come quello del magnate di Arcore

Alla fine nemmeno il mastino Mario Monti, quello che fece vedere i sorci verdi nientemeno che al più grande monopolista della Terra, Bill Gates, riuscirà a combinare qualcosa contro le lobby più potenti d’Italia, contro quegli ordini professionali che da sempre fanno il bello e cattivo tempo, decidono quanto pagare di tasse, che tariffe praticare, se far cadere o no un governo o un’amministrazione cittadina.

Anche l’attuale governo ha praticato l’effetto annuncio. Al mattino titoloni sui principali quotidiani, che riferiscono dell’abolizione degli ordini e della liberalizzazione dei farmaci. Seguono minacce, anche violente, da parte degli interessati. È solamente una pantomima, perché la sera, in commissione, i deputati si accordano e annullano tutto. La situazione rimane esattamente quella di prima e il popolo bue è stato gabellato.

Nel più medievale Paese del mondo, una farmacia si può comprare da un farmacista, ma con un investimento talmente alto che il mercato praticamente non esiste perché il rientro è incerto e lungo e ci sono investimenti più redditizi nel breve periodo. In compenso le licenze sono ampiamente bloccate e quindi ci sono barriere all’entrata che nessun libero mercato mondiale prevede. Difendere lo status quo conviene soltanto ai patrimoni degli attuali farmacisti non certo agli ammalati o allo Stato, che pagano i farmaci mediamente il 40% in più rispetto ad altri Paesi. Anche un taxi si può comprare, con la sua licenza ma anche questa costa tantissimo, perché sono esattamente un terzo di quelle che dovrebbero essere. Ed è così che, in città come Roma e Milano, non sono i taxi che attendono i clienti, come succede a Londra e New York, ma i clienti che attendono i taxi e, per una corsa, si spende il doppio. Vogliamo parlare dei notai? Qualche anno fa, il governo Prodi cercò di introdurre la possibilità che anche gli avvocati potessero stipulare atti pubblici per l’acquisto di immobili di valore fino a 300 mila euro. Si trattava del tentativo di creare un minimo di concorrenza fra le professioni legali e soprattutto di redistribuire le occasioni di reddito di una vera e propria casta di professionisti milionari. Fu impossibile. Il notariato, l’ordine più potente e ricco in Italia, riuscì a impedire che il disegno di legge diventasse realtà. Oggi questi professionisti – una figura che potrebbe benissimo essere abrogata, tanto è vero che non esiste in tantissimi Paesi del mondo – sono la categoria più protetta e più ricca. In essa si entra soltanto vincendo un concorso durissimo che può durare, fra prove scritte, orali e correzioni, anche quattro anni. Tanto è vero che gli aspiranti fanno concorsi a ripetizione senza nemmeno sapere se ne hanno vinto qualcuno fra quelli già tentati. Naturalmente, come accade per i farmacisti, a farla da padroni sono i “figli di” o i ” nipoti di”, in un Paese che non conosce uno straccio di mobilità sociale.

Ma di chi è la colpa di un tale stato di cose, che consente ad una casta di superprotetti di tenere in pugno un intero Paese, cioè a qualche milione di persone i restanti cinquantacinque milioni? Se guardiamo la storia recente, non ci sono dubbi: del berlusconismo e dei suoi governi. Nel 2007, per la prima volta nella storia repubblicana, il governo Prodi impose una serie di liberalizzazioni mai realizzate prima di allora. Il ministro per le attività produttive, Pierluigi Bersani, finalmente consentì il libero trasferimento dei mutui o delle assicurazioni senza pagare penali (una sorta di estorsione legalizzata), abolì le tariffe minime per tutti gli ordini professionali e liberalizzò, anche se in parte, la vendita di prodotti farmaceutici da banco. Soltanto quest’ultima decisione creò diecimila nuovi posti di lavoro, facendo risparmiare circa dieci miliardi ai consumatori di aspirine e di maalox. Subito l’opposizione degli Schifani, delle Santanchè, degli Alfano cavalcò la protesta  delle caste corporative, supportati dall’impero dei media, disegnando Bersani e Visco come affamatori dei farmacisti e dei tassisti, oltre che vampiri che succhiano loro il sangue con le tasse. Non appena questi bugiardi e impresentabili campioni medievali andarono al governo, la prima cosa che fecero fu quella di annullare tutte le liberalizzazioni bersaniane, mentre un giorno sì e l’altro pure i Ferrara e i Minzolini, oltre che lo stesso premier, annunciavano l’imminente “rivoluzione liberale”. Addirittura a Roma, i tassisti, settore nel quale la giunta Veltroni aveva cercato inutilmente di far aumentare gli organici, decisero l’elezione di Gianni Alemanno che strumentalmente era sceso in loro soccorso per battere il centro-sinistra.

Ecco, non ci vuole molto a capire come stanno le cose. Il centro-destra ha impedito che questo Paese potesse, anche soltanto da lontano, assomigliare a qualcosa di simile ai moderni mercati concorrenziali, scaricando interamente su sessanta milioni di consumatori il costo delle ville, degli yatch, delle piscine e dei Suv dei membri delle caste professionali. Forse sarebbe il caso che gli italiani aprissero finalmente gli occhi.

 

Farmacie, taxi, notai. Chi tocca gli intoccabili è fulminato

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