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Riforma del lavoro e delle retribuzioni. Le idee bislacche di Elsa Fornero

 

Oramai Elsa Fornero passerà alla storia politica italiana come il ministro che ha speso più di una lacrimuccia nel momento in cui decideva di tartassare i pensionati a 900 euro al mese. Ma forse non sarà l’unico ricordo e nemmeno il più funesto che lascerà alla memoria patria. Infatti, oggi, in una lunga intervista al “Corriere della sera”, ha espresso il suo pericoloso pensiero in materia di riforma del mercato del lavoro e delle retribuzioni. Il fondamento dei suoi ragionamenti è quello tipico che la logica neo-liberista ci ha abituato a sentire in tutti questi anni. In Italia ci sono una minoranza di lavoratori iper-protetti e una maggioranza di lavoratori poco o per niente tutelati. Giusto! E allora, che fare? Semplice, abolire le tutele per tutti, così rispettiamo il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Capito come funziona la logica di questi portentosi pensatori? Non estendiamo le tutele a tutti ma togliamole a quei pochi che ce l’hanno, cioè eliminiamo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che oramai è diventato una sorta di idolo malefico per i neo-liberisti. Buttato giù dal piedistallo, vedrete che l’economia italiana risorgerà!

Ma le idee della signora Fornero purtroppo non sono terminate qui. Ce n’è un’altra che è ancora, se possibile, peggiore. La ministra vuole riformare la struttura della retribuzione, asserendo che in tutti gli altri Paesi funziona in questo modo. Salari e stipendi non crescono all’avanzare dell’età ma soltanto fino a quando il dipendente raggiunge il massimo della produttività, per poi calare. Quindi, bisognerebbe trasformare anche in Italia la curva delle retribuzioni in una curva a U rovesciata: fino a 45-50 anni il tuo salario o il tuo stipendio crescono, raggiungendo il picco, poi diminuiscono. A 70 anni dovrai essere tu a pagare il datore di lavoro, perché ti farà un piacere a ospitarti in azienda! Avete mai sentito un’idea più bislacca di questa? Che è stata presentata, peraltro, senza alcune fondamentali spiegazioni. Ci dica, gentile signora, ma a quali categorie di lavoro lei si riferisce? Sicura che un magistrato di 65 anni, o un docente universitario o di scuola, una maestra, un dirigente industriale ma anche un operaio specializzato, dopo i 50 anni, producano di meno e peggio rispetto ad un trentenne? La sua portentosa idea forse si adatta ad un carpentiere, ad un fabbro (ma fino ad un certo punto), ad un minatore. Ma in quella che gli studiosi definiscono la “ società della conoscenza”, dove peraltro è in progressivo aumento la speranza di vita? Già che ci siamo abbiamo una domanda anche per il giornalista che ha fatto l’intervista, Enrico Marro: non le sembra, gentilissimo, che manchino un paio, forse anche quattro domande dal suo taccuino?

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