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Evasione fiscale. Senza la ditta Berlusconi&Tremonti i topi non ballano più

 

A risentire oggi le ridicole dichiarazioni degli allora ministri incapaci e furbi del governo Berlusconi viene da ridere. Nei talk-show venivano tutti con il loro bravo foglietto e leggevano come automi le cifre delle ispezioni della guardia di finanza: dieci miliardi di recupero là, cinque miliardi su, altri dieci giù. Emerite panzane, mentivano sapendo di mentire, perché quelle cifre erano soltanto teoriche, indicando la somma delle imposte presuntivamente evase, ma che poi avrebbero dovuto subire il vaglio di un giudice tributario, con il quasi automatico concordato fiscale e lo sconto. La realtà della “ lotta all’evasione” del governo Berlusconi la conosceva il cittadino quando andava dal suo dentista, dall’idraulico, dal notaio o semplicemente a comprare un trancio di pizza.

In queste settimane, come per incanto, si vedono commercianti che non saltano uno scontrino, il ristoratore che utilizza con attenzione la calcolatrice, con un occhio buttato oltre l’uscio del negozio per vedere se c’è qualche tizio sospetto in attesa (per loro il tizio sospetto è il finanziere). Sembra di essere tornati negli anni del secondo Governo Prodi, quando, con Vincenzo Visco, si era tentata un’operazione simile, cioè la rivoluzione fiscale del far pagare le tasse agli italiani, quando il professionista ti dava la fattura ancora prima che tu avessi firmato l’assegno o dato il contante. Ma sarà dura, non nascondiamocelo. Già si sente per strada più di una voce che dice: “Ma quanto si stava meglio con Berlusconi!”.

Il direttore di “Equitalia” Attilio Befera denuncia in un’intervista a “Repubblica” di oggi: “Tanti politici cavalcano le proteste contro di noi, per difendere chi evade. Vuole i nomi? Gliene dico due, a caso. Bossi a Pontida, la scorsa estate, se lo ricorda? E Alberto Goffi dell’Udc, avvocato con studio a Torino, che sulla propaganda anti-Equitalia ha costruito la sua campagna elettorale. Ma sono tanti, dentro e fuori dal Parlamento”. Soprattutto fuori, perché la cultura dell’illegalità degli italiani, il loro scarsissimo senso della socialità e del bene comune li rende naturalmente refrattari al pagamento delle imposte. Noi siamo il Paese dove il compianto Tommaso Padoa Schioppa fu dileggiato dai berlusconiani perché aveva detto di pagare volentieri le tasse. Noi siamo il Paese dove un Silvio Berlusconi diventa Presidente del Consiglio e Giulio Tremonti ministro dell’economia. Peppino De Filippo concludeva (in “Totò, Peppino e la malafemmina”): “E ho detto tutto”.

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