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Oggi l’Ocse (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione economica) stima che l’inflazione italiana ha raggiunto il picco del 3,2%, mentre il prezzo della benzina sta oramai raggiungendo i due euro al litro. Eppure, nonostante queste cifre indichino un divario sempre maggiore fra salari nominali e salari reali, 3,2 milioni di cittadini italiani, che hanno avuto la ventura di decidere di lavorare per lo Stato, si vedono negato il diritto ai rinnovi contrattuali e agli scatti automatici di stipendio.

Infatti, il governo Berlusconi, per merito dei suoi ministri economici Tremonti, Sacconi e Brunetta, che evidentemente nella loro infanzia devono aver subito un trauma per colpa di un dipendente statale, ha violentemente infierito sul comparto pubblico, senza una ragione comprensibile. In un primo tempo, ha bloccato i rinnovi contrattuali per un biennio (circa sei miliardi di risparmi complessivi), poi ha deciso di bloccare (ma in realtà è un’abrogazione) gli scatti automatici degli stipendi per gli insegnanti che, come noto, non hanno alcuna possibilità di carriera interna se non vincere un difficilissimo concorso per dirigente. Il tutto doveva essere legato, secondo le mistificanti intenzioni di quel nefasto governo, alla distribuzione di una piccola parte dei criminali tagli operati all’istruzione pubblica (8,5 miliardi in un triennio) ai dipendenti maggiormente produttivi, secondo un criterio di meritocrazia di cui sovente si riempiva la bocca l’ex ministro Maria Stella Gelmini, che proprio in ossequio a quel principio preferiva fare gli esami di avvocato nella più accogliente Reggio Calabria invece che nella inospitale Milano.

Di tutte le fanfaluche del precedente governo si sono visti soltanto i tagli. Oggi, i dipendenti statali e gli insegnanti pubblici sono costretti a percepire uno stipendio che perde il suo potere di acquisto ed ogni anno, quindi, sono sempre più poveri. Non solo. Abrogato oramai qualsiasi automatismo retributivo (la “famigerata” scala mobile oramai venti anni fa ed ora gli scatti automatici), questi dipendenti non possono recuperare alcun potere di acquisto nemmeno dai rinnovi contrattuali, perché questo diritto non possono più esercitarlo, essendo stato requisito dal precedente Esecutivo (e l’attuale governo non sembra volerlo ripristinare). Come se non bastasse, nel cedolino dello stipendio di marzo vedranno aumentare le imposte locali, perché sarà loro applicato il conguaglio per il 2011. La mazzata sulla mazzata.

Uno scandalo nello scandalo, che andrebbe denunciato con forme dure di lotta e con il blocco delle attività produttive legate al settore pubblico. Sfortunatamente per loro, i dipendenti statali non costituiscono una lobby, quindi non sono in grado di ricattare il Parlamento, come stanno facendo in questi giorni lavoratori autonomi e liberi professionisti. Ma forse potrebbero fare qualcosa di più del silenzio assordante che caratterizza la loro attuale condizione. Una condizione di incipiente e progressiva povertà.

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