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La Cassazione salva Dell’Utri. Il processo è da rifare (e da prescrivere)

 

ROMA – Non è un’assoluzione ma poco ci manca. La Cassazione non “assolve” e non “condanna”, si limita a giudicare una sentenza, analizzando le motivazioni e la loro logica giuridica interna. E quelle della Corte di appello di Palermo, presieduta da Claudio Dell’Acqua, del processo a Marcello Dell’Utri sono state radicalmente cancellate, così come i sette anni inflitti al senatore berlusconiano che, se fossero stati confermati, avrebbero condotto in carcere il fondatore di “Forza Italia”.

UN PROCESSO DA RIFARE. È quello che hanno deciso i giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione ieri sera alle otto. Il processo per concorso esterno in associazione mafiosa a Marcello Dell’Utri è da rifare presso un’altra sezione della Corte di Appello di Palermo. Diciamo la verità: una decisione che era nell’aria, dopo la pesante requisitoria che aveva condotto il Procuratore generale della Cassazione Francesco Iacoviello, cioè l’accusa, che aveva addirittura negato l’esistenza di un reato configurabile come “ concorso esterno in associazione mafiosa” e aveva parlato di “diritti negati” all’imputato. Duro il suo impianto accusatorio, non contro l’imputato ma contro i giudici palermitani: «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio».

LA DIFESA DI DELL’UTRI. Insomma, una vera e propria perorazione che accoglieva le principali richieste della difesa del senatore e principalmente quella secondo la quale, per quanto le amicizie “sospette” di Dell’Utri fra i principali mafiosi del gotha di Cosa nostra fossero state accertate e perfino ammesse dall’imputato, i giudici di merito non erano riusciti a provare in che cosa il senatore berlusconiano potesse mai averli favoriti, ciò che solo può provare concretamente il reato di concorso per quanto esterno in associazione mafiosa, come ha statuito la sentenza di assoluzione di Lillo Mannino. Per questo motivo non si poteva confermare la condanna a sette anni (in primo grado era stata di nove anni) e nemmeno l’ipotesi fatta propria a Palermo, di tipo salomonico e presa in prestito da quella che prescrisse Giulio Andreotti, secondo la quale il reato ascritto al senatore era accertato fino al 1992 ma non per l’epoca successiva. In questo modo, i giudici di merito avevano escluso che il partito nascente di Silvio Berlusconi avesse mai avuto a che fare con Cosa nostra, come invece sia Massimo Ciancimino e sia Gaspare Spatuzza avevano fatto intendere.

DEMOLITO IL CASTELLO ACCUSATORIO. Ora, è inutile ricordare gli elementi che avevano condotto uno stuolo di giudici di merito a considerare valide le accuse contro il senatore Dell’Utri, anche perché la dinamica processuale, diciamo così, è stata ampiamente demolita dal Procuratore Iacoviello, anche se soltanto sul piano della razionalità giuridica. Ma certo, non è facile far finta che il passato del fondatore di «Forza Italia» abbia subito un lavacro che lo monda da qualsiasi peccato. Lui stesso ha ammesso le sue frequentazioni, perfino le sue amicizie con esponenti di spicco della mafia siciliana, anche se ha ripetutamente ostentato la sua totale innocenza e lontananza dai misfatti mafiosi. È giunto perfino ad utilizzare iperboli, quale quella secondo la quale Vittorio Mangano, lo stalliere di casa Arcore, condannato all’ergastolo per diversi omicidi e poi morto per malattia, fosse un “eroe” perché non aveva ceduto ai ricatti dei pubblici ministeri e non aveva ammesso il sodalizio mafioso con Dell’Utri e con Berlusconi.

IL BUCO NERO PALERMITANO. È come se la Cassazione avesse ridisegnato il buco nero palermitano, il mistero del difficile periodo di transizione fra la caduta della Democrazia cristiana, cioè il partito che aveva garantito per quarant’anni gli equilibri politici in Sicilia e l’ascesa del partito berlusconiano che ne avrebbe ereditato funzioni e finalità. La sentenza su Dell’Utri contribuisce anche a far luce, per quanto indirettamente, su questo, allontanando e di parecchio i sospetti che il senatore bibliofilo fosse stato il garante di quei nuovi equilibri o di quell’alleanza che i mafiosi stavano disperatamente cercando subito dopo le stragi del 1992. Ed anche il nuovo processo di merito che dovrà tenersi a Palermo sul reato contestato a Dell’Utri, con scadenza nel 2014 per i termini di prescrizione, non potrà non tenere conto di quanto deciso ieri dalla Cassazione e auspicato dal Procuratore generale Iacoviello: se infatti, come ha sostenuto, al reato di concorso esterno in associazione mafiosa non crede più nessuno per che cosa mai potrà essere condannato Marcello Dell’Utri? Per aver spacciato per veri i falsi diari di Benito Mussolini?

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