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Luisella Costamagna e l’ennesimo, inutile, noioso talk-show

 

La tv italiana oramai non riesce a fare altre trasmissioni che non siano chiacchierate con l’ospite seduto sul divano e il conduttore/conduttrice che porge le sue domande, più o meno intelligenti. Lo schema è sempre lo stesso: si cerca innanzitutto un titolo capzioso, tipo “Robinson” o “Le invasioni barbariche”, poi una scenografia intelligente (alla fine, poi, rimane solo quella), un po’ di pubblico di figuranti, quelli un tanto a comparsata e l’ospite (dimenticavamo: anche una sigla giovanile). E si cerca, in questo modo, di captare l’audience.

L’ultima trovata è stata quella di regalare una trasmissione del genere su Raitre a Luisella Costamagna, una giornalista che ha lavorato con Michele Santoro e che aveva avuto una brutta esperienza a “La7” (sostituita senza preavviso da Nicola Porro per esigenze, si dice così, di “equilibrio editoriale”). Intendiamoci, a parte l’aspetto fisico, Luisella non ci entusiasma molto come giornalista ma non sarebbe nemmeno questo il problema (la televisione è piena di giornalisti che non riescono ad entusiasmare nessuno). Il problema sta nella formula, oramai irrimediabilmente inflazionata. Che senso ha pensare di fare qualcosa di nuovo ricorrendo ancora ad un talk show? Praticamente, ogni sera della settimana c’è una trasmissione di questo tipo, da “L’infedele” di Gad Lerner il lunedì, a “Ballarò” il martedì, per passare poi a “Piazza pulita” e “Servizio pubbico” il giovedì (addirittura in contemporanea), per chiudere con “Robinson”, appunto, il venerdì, “Che tempo che fa” il sabato e la domenica e non trascurando però “In ½ ora” e “Le invasioni barbariche”.  Impossibile non citare “8 e 1/2”, di Lilli Gruber, ogni sera feriale della settimana in prima serata, che però, fra le tante, è sicuramente la migliore per merito di una conduttrice sintetica, efficace, insomma la migliore di tutte.

Alcuni di questi talk show risultano addirittura indigesti e non si capisce come possano avere la fama di “trasmissioni intelligenti”: ad esempio, “Che tempo che fa” è di una noia mortale e il suo conduttore, Fabio Fazio, con i suoi insopportabili balbettii, non è un qualcuno in grado di porre domande di approfondimento sull’intero scibile, dall’economia alla politica, alla letteratura, alla musica, all’esoterismo cabalistico, all’estetica medievale. Perché poi il problema di questo genere di trasmissioni, che hanno preso tutte piede dal prototipo importato negli anni ’70 in Italia da Maurizio Costanzo, è proprio la figura del conduttore. Se non funziona lui, se non ha la statura di un Gad Lerner o di un Michele Santoro, se non sta tutti i giorni sulle notizie di cui si ostina a opinare durante la sua trasmissione (come succedeva ad Ilaria D’Amico nell’ennesimo talk-show della scarsa stagione trasmesso su “La7”, “Exit” e come succede tuttora ad una sopravvalutata Daria Bignardi e alla stessa Serena Dandini, che peraltro non sono nemmeno giornaliste), il cosiddetto “approfondimento” non si capisce cosa possa mai approfondire. Perché, alla fine, è questo il nodo che viene al pettine: ma sicuro che fare domande sia così facile da affidarne il compito a chiunque, basta che sia simpatico e telegenico?

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