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La Bonino al Quirinale ci starebbe proprio male

 

“Otto e mezzo”, il talk-show politico di Lilli Gruber, trasmissione che, a parte il titolo (che c’azzecca?), è una delle migliori del panorama televisivo di prima serata. Ospiti in studio: una sempre bella e affascinante Lidia Ravera ed Emma Bonino, la candidata a tutto (Commissione europea, Parlamento, Governo, Regione Lazio) ed ora anche alla Presidenza della Repubblica.

Si parla dei massimi sistemi ed ovviamente non poteva mancare l’articolo 18. Ravera accusa il governo, ritenendo che le sue politiche violino i principi costituzionali in materia di diritto al lavoro. Bene, sentiamo cosa ne pensa la Bonino, cioè una possibile candidata al soglio quirinalizio. Non avevamo molte speranze ma la Bonino è andata molto peggio del previsto, riuscendo a non azzeccarne una. Come un pugile suonato, ha ripetuto incredibilmente che il “reintegro” del lavoratore ingiustamente licenziato non esiste in nessun ordinamento del mondo (ancora una volta, ripetiamo alle persone distratte come lei: esiste in Germania, in Olanda, in Francia, in Portogallo e in Spagna). In rapida sequenza ha riferito, sarcasticamente, che i partiti e i sindacati hanno fatto in modo di non applicare a se stessi le norme in materia di licenziamenti previsti dallo Statuto dei lavoratori. «Se non se lo applicano nemmeno loro, i sindacati e i partiti, vuol dire che l’articolo 18 non è poi così buono» ha chiosato la futura candidata al Colle, come se avesse detto la cosa più geniale del mondo.

A quel punto ci è venuto da piangere. Ma possibile che la Emma non abbia mai nemmeno letto una sentenza della giurisprudenza, anche quella della Suprema Corte, secondo la quale le norme in materia di licenziamenti non possono applicarsi alle cosiddette “organizzazioni di tendenza”, quelle cioè in cui risulta essenziale, nel rapporto fiduciario fra lavoratore e direzione, il credo politico? Ma vi figurate un dirigente sindacale della Cgil che, segretamente, collabora con la Confindustria scrivendo manifesti per l’organizzazione degli imprenditori e criticando aspramente la Fiom e i suoi iscritti? O un militante del Pdl che propaganda i programmi del partito di Di Pietro? In questi casi, non si possono applicare le norme antidiscriminatorie previste dallo Statuto dei lavoratori, in quanto le organizzazioni in cui il soggetto lavora esistono in quanto hanno quel patrimonio ideologico, oltre il quale l’organizzazione di tendenza non è più tale.

Mistificazioni buone tutt’al più per i giornalisti de “Il Giornale” o di “Libero” ma non per chi aspira a diventare Presidente della Repubblica, al quale, forse, qualche lettura in più non guasterebbe.

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