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In Germania salari e stipendi pubblici aumentano. E non è un pesce d’aprile

 

Ascoltate bene, non state affatto sognando. In Germania, il governo di Angela Merkel ha concordato con i sindacati del pubblico impiego un aumento di salari e stipendi che, nel prossimo biennio, sarà del 6,3%. La decisione è stata presa in seguito a buon andamento delle entrate fiscali (lì, imprenditori e professionisti sono abituati a pagare le tasse) e alle discrete prospettive della produzione industriale.

L’aumento salariale riguarderà oltre due milioni di tedeschi e si applicherà dal corrente anno (dal 1° marzo; da noi di retroattivo ci sono soltanto addizionali Irpef) e il prossimo. È molto probabile che l’accordo fra l’Esecutivo e i sindacati del settore pubblico apra la strada ad aumenti salariali anche nel comparto privato, nel quale la contrattazione coinvolgerà circa nove milioni di lavoratori.

Chissà se questa notizia – che noi crediamo sia una delle più clamorose in un periodo che tutti dipingono come nero per l’economia mondiale – farà nascere qualche dubbio nelle fulgide menti degli iper-liberisti alle vongole che animano il nostro dibattito politico-economico, per i quali maggiori sono i tagli alle spese pubbliche e ai salari, destinando sempre più risorse ai profitti capitalistici, e più convincente risulterà la crescita economica futura.

La Germania continua ad essere il caso più significativo che smentisce clamorosamente le loro tesi. Un Paese non comunista e nemmeno socialdemocratico, visto che governa il partito democratico-cristiano, che ricorre da cinquant’anni a politiche macroeconomiche keynesiane, rigettando i principi neo-liberisti, che fa dei sindacati l’asse portante delle politiche di stabilizzazione e di concordia sociale, che pratica la concertazione, appena buttata nel cesso dal nostro geniale premier Mario Monti, che ritiene che solamente con una crescita continua delle retribuzioni e quindi del benessere collettivo sia possibile avere una espansione economica (quindi, l’esatto contrario di quanto  affermano i monetaristi delle Banche centrali), ora si dimostra più forte di qualsiasi altro sistema economico (compresi quelli americano e britannico), essendo in grado di oltrepassare i guasti della crisi globale.

I neo-liberisti che occupano importanti cattedre universitarie o determinanti incarichi di governo, forse, farebbero bene a prendersi diversi anni sabbatici per studiare il “caso Germania”. Noi ce li toglieremmo di torno e loro, ammesso che ne siano capaci, potrebbero finalmente ammettere di non capire un acca delle materie che, così tristemente, insegnano e propagandano.

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