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Mi chiamo Bondi, Enrico Bondi e risolvo problemi

Settantotto anni, aretino, l’ex risanatore di “Montedison” e “Parmalat” calerà a Roma con i suoi attrezzi del mestiere per mettere ordine in un mondo in disordine. Ma sarà dura

Un sottile tremolio sta devastando le gambe dei politici di lungo corso, quelli che, nei momenti di pausa, prendono il gelato da “Golitti” di fronte a Montecitorio e la sera vanno a spartirsi prebende e favori durante la cena da “Fortunato” al Pantheon. Sta arrivando lui, il tagliatore di teste, lui, Enrico Bondi.

Aretino, nato nel 1934, una laurea in chimica, Enrico Bondi è stato chiamato dallo Spock per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, per realizzare entro il 31 maggio la “spending review”, cioè i tagli agli sprechi dei ministeri. Un compito immane, che soltanto il risanatore della “Parmalat” può pensare di avviare e portare a termine.

Lui, come sempre, non si è speso in molte parole subito dopo aver ricevuto l’incarico. «Ho avuto una grandissima apertura di credito, una fiducia che devo ripagare con le azioni, gli strumenti non mancano» ha detto. E possiamo stare sicuri che, nell’adoperare le forbici che Monti gli ha porto non guarderà in faccia a nessuno.

D’altronde, sinceramente, nessuno può vantare il suo curriculum di risanatore e senza badare molto ai settori che ha amministrato. Prima la chimica e l’energia, poi i telefoni, le polizze ed infine il latte e gli yogurt. Enrico Bondi risolve problemi dimostrando come i bilanci siano tutti la stessa cosa, non importa se riguardino acciaierie o latte in polvere. Se un costo non vale il ricavo, lui taglia, anche se tiene in debito conto il fattore umano.

Insomma, non è un satrapo; sa che dietro un taglio può esserci un dramma individuale, la sorte di una famiglia o di una piccola impresa. Quando era amministratore della disastrata “Parmalat” che Calisto Tanzi aveva portato al collasso, una delle sue prime preoccupazioni fu quella di pagare i fornitori di latte che non vedevano un euro da tempo immemorabile e che oramai stazionavano, con i loro trattori, di fronte agli uffici di Collecchio. Per rimediare i soldi, fece la guerra alle banche e ne trasse, grazie alle sentenze dei giudici, oltre due miliardi con i quali fu possibile, per i risparmiatori che avevano acquistato le obbligazioni della società fallita, di recuperare fino al 60% dei loro capitali. Le banche erano accusate di aver venduto quei titoli ai loro ignari clienti, ben sapendo che si trattava oramai di titoli-spazzatura.

Lui si schermisce, asserendo da sempre che «sono un chimico, non un economista» ma la logica che applica nelle pratiche da amministratore (straordinario o meno) avrebbe suscitato l’ammirazione di Werner Schumpeter, il teorico della “distruzione creativa”. A questo forse pensava il sagace Enrico Cuccia quando lo chiamò nel 1993 per risanare la “Montedison” disastrata del periodo Ferruzzi-Gardini. Bondi vinse una difficile scommessa ma ancora una volta prevalse in lui l’understatement e la voglia di stupire: «Ci sono riuscito – spiegò poi – facendo riferimento alle ‘Lezioni Americane’ di Italo Calvino, da cui ho tratto, coniugandoli nella gestione aziendale, i valori dello scrittore per il nuovo millennio: leggerezza, rapidità, senso dell’equilibrio, visibilità e coerenza».

Sarà ma la sua mano, nel risanare, non ci è andata mai leggera. La sua visione dell’amministrazione straordinaria di una impresa in crisi poggia essenzialmente sulla “inflessibilità bilanciata” nel risanare i conti. Per Bondi gli “sprechi” sono qualcosa di più di un costo improduttivo, sono la parte oscura della mente, l’insondabile elemento che fa parte dell’animo umano e che lui è in grado di rendere inoffensivo. È perfettamente convinto che la stessa vita sia inevitabilmente legata ai costi improduttivi e questa convinzione dovrà per forza scontrarsi con il mondo della politica, che è consustanziale allo “spreco” e ai flussi di denaro pubblico che finanziano la mediazione, il patteggiamento, quando non anche la vera e propria corruzione.

Riuscirà, sulla soglia degli ottanta anni, anche in questa impresa disperata? Non lo sappiamo ma una cosa è certa: non gli sarà sufficiente rileggere e prendere ispirazione da Italo Calvino.

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