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Migliaia di edicole chiudono ma ancora si stampano tonnellate di giornali che nessuno legge

La follia economica? Produrre merci che nessuno acquista ma che viaggiano sul territorio, inquinando l’aria e impegnando i negozianti a spacchettarla, esporla e restituirla. La logica ci dice che un’attività del genere non può esistere ed invece, nel nostro squinternato Paese, esiste da sempre ed è quella della stampa di quotidiani e periodici e della loro vendita presso le edicole. Un’inchiesta di Bernardo Jovene, del team di inchiesta di Milena Gabanelli e di «Report», ha documentato la follia economica con il suo solito metodo: dare il massimo ascolto all’anello debole della catena produttiva, in questo caso gli edicolanti.

Il dato di partenza è infatti la chiusura di decine di migliaia di edicole in tutta Italia negli ultimi mesi. Un titolare di Bologna dice: «Nel 1982 l’avevo comprata per 120 milioni, ora non riesco a venderla per 25 mila euro». Sono proprio loro l’anello terminale dei giri di trottola che dall’editore passano per il distributore (ne esiste solo uno per provincia, alla faccia della tanto sbandierata concorrenza), per finire in ogni quartiere, anche quello più sperduto, del Paese. In teoria gli edicolanti non dovrebbero pagare la merce che ricevono alla consegna ma soltanto quando si fanno le “rese” (cioè, quando si restituisce l’invenduto). Il contratto si chiama «conto vendita» (nel codice civile, in realtà, si tratta del «contratto estimatorio») ma non è applicato: dato che il distributore deve fornire una parte di anticipi all’editore, li chiede poi all’edicolante, che è costretto a versarli per poi riaverli indietro non prima di tre-quattro mesi. In pratica, il folle schema di questa singolare avventura commerciale è il seguente: l’editore, cioè un imprenditore, produce e rifornisce il distributore, questi vende al negoziante un articolo in quantità perlomeno tripla rispetto a quanto richiesto dal mercato ed intanto intasca il contante, che finirà per finanziare la produzione di altre merci che non saranno vendute e così ricomincia la giostra. Chiaro che migliaia di edicolanti preferiscano chiudere piuttosto che pagare qualcosa che non si riesce a vendere, assurgendo a ruolo di finanziatori gratuiti delle imprese editoriali.

Ma la follia non sta tutta qui. Il distributore indica al giornalista un enorme spazio del suo capannone industriale in cui ci sono centinaia di tonnellate di riviste e giornali da rispedire all’editore. Insomma, roba da mandare al macero. Giornali e riviste percorrono migliaia di chilometri senza essere nemmeno sfogliati, contribuendo in questo mondo di pazzi a rendere irrespirabile l’aria del pianeta.

Tutto questo succede nel tempo di Internet e del web, quando milioni di esseri umani si connettono fra di loro scambiandosi informazioni e determinando la morte del trasporto fisico dell’informazione. Tutto ciò avviene in un Paese dove il capitalismo non produce modernizzazione ed innovazione ma si limita a spremere fino allo strangolamento i deboli, cioè i lavoratori senza risorse. E il bello è che ancora tanti giornalisti chiedono finanziamenti per la stampa su carta,  un pozzo senza fondo di dilapidazioni di denaro pubblico che per fortuna l’attuale governo ha interrotto, invertendo la rotta. Mentre gli ex edicolanti devono pensare ad un’altra occupazione.

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