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Il congresso della Lega segna il tramonto di Bossi

ROMA – Lasciamolo pure pensare alle camice verdi che la Lega è ancora un partito che conta e soprattutto che si risolleverà dallo scandalo che lo ha travolto.

Ma, le cose, inutile negarlo, non sono più così. Basta ascoltare i fervidi leghisti ora delusi, quelli che nel 1992, durante Tangentopoli, la croce sullo sfondo di Giussano l’avevano messa con convinzione pur di cambiare uno stato di cose divenuto inaccettabile.
E Bossi è stato la voce del Carroccio, il trascinatore di un elettorato che pensava di essere tanto diverso, quanto migliore degli altri abitanti della penisola. Invece, anche le illusioni si possono sciogliere come neve al sole.

La politica, d’altra parte, è un banco di prova davvero unico in questi frangenti particolari, in cui alla fine ci si rende conto che non tutti sono portati per praticare questa antica e nobile funzione, specie quando l’occasione fa l’uomo ladro. Oggi, Bossi giunto al Forum di Assago, non ha avuto la solitam accoglienza calorosa, come succedeva ai tempi di Gianfranco Miglio, perchè dalla folla si sono levati fischi come non si erano mai uditi. Insomma, inutile nasconderlo qualcosa è cambiato, anzi si è irrimediabilmente rotto dopo lo scandalo che ha investito la Lega e in particolare la famiglia Bossi, l’anima del partito. Tuttavia il solo ed unico che continua imperterrito a non accorgersi di quanto sia successo sembra essere proprio Bossi, il quale probabilmente pensa che le persone non siano in grado di ragionare con la loro testa e trarre le conclusioni da una sporca vicenda come quella del tesoriere Belsito e delle spese pazze della sua famiglia.

“Il sogno è una cosa sola. E lo dico per gli imbecilli che stanno nella Lega che girano col tricolore. Il sogno è la Padania libera”. Così ha esordito il Senatur dal palco del congresso. E poi: “La Lega non ha rubato nulla, i ladri sono altri, i farabutti romani”, ha ripetuto il  Senatur provocando ancora una volta una reazione piuttosto diversa rispetto ai tempi che furono, ovvero fischi.
“Tutto quello che è accaduto nella Lega, è stato studiato a tavolino –  ha aggiunto Bossi, riferendosi alle inchieste della magistratura.  – La Lega non ha rubato niente, io pensavo fosse troppo scemo il nostro amministratore per essere legato alla ‘ndrangheta. Se era così, però, chi lo sapeva lo doveva dire… i servizi segreti lo sapevano”.  E ancora fischi. E poi ancora: “Qualcuno ha aperto la fortezza della Lega dall’interno. Siamo qui in conseguenza dell’attacco della magistratura. Lo dicevo:  se non riescono con la forza cercheranno con l’oro. È facile capire chi è: è l’amministratore sbagliato”.
E ancora: “Abbiamo aspettato un centinaio di anni da schiavi, non si può cambiare di colpo, ma bisogna andare avanti sapendo che noi e  i nostri figli non saremo più schiavi di Roma, ma liberi in Padania. Questo riusciremo a farlo”.

Insomma l’immagine  di   Bossi è quella di uomo stanco che sta sparando le ultime cartucce, che tenta con tutti i mezzi pur di convincere che la lega non è mai morta e “che la la politica – come sottolinea –  si fa con le idee che camminano sulle gambe degli uomini”. Si fatica un po’ a crederci, ma il Senatur cerca di arrampicarsi sugli specchi scivolosi che lui stesso ha costruito, tant’è che dopo la sua arringa scende dal palco e si defila, uscendo addirittura dalla sala.
Chissà. Forse Bossi si starà  ancora mangiando le unghie pensando a tutto quello che avrebbe potuto fare e quello che invece non farà più. Perchè la sconfitta è un sentimento che brucia è un boccone amarissimo, duro da ingerire. E molti leghisti hanno capito subito che era meglio abbandonare il carro senza vincitori.

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