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BRUXELLES – Embargo in Siria, l’Unione europea incapace di parlare con una voce sola, ma ne esce comunque benino. Dal primo giugno ciascuno stato membro potrà scegliere in autonomia cosa fare sul conflitto siriano. Qualora la scelta del singolo stato cadesse sull’armamento, l’invio di armi non potrà avvenire prima di agosto e non a gruppi che non siano ritenuti affidabili.

Questo quanto emerso dalle 13 ore di riunione dei 27 ministri degli esteri che compongono il mosaico della politica estera dell’Unione Europea. Due mesi che da qui ad agosto, che vedranno comunque continue riunioni da parte del ministri degli esteri, che valuteranno l’evolversi della situazione. Sicuramente si tratta di una presa di tempo in attesa della conferenza di Ginevra, vertice promosso da Stati Uniti e Russia per favorire una soluzione condivisa nel Medio Oriente e per evitare mal di pancia futuri e futuribili. Ne esce sicuramente soddisfatta la Gran Bretagna, desiderosa di far cadere l’embargo. E’ stato proprio il ministro degli esteri inglese William Hague, al termine del vertici di Bruxelles, a comunicare la proroga di 12 mesi delle sanzioni alla Siria, e la caduta di quelle degli armatori, aggiungendo però che al momento Londra non progetta nell’immediato di inviare armi in Siria.

La posizione di inglesi e francesi era nota. Tanto che era stata avallata dai maggiori organi di informazione nazionali: “Le Monde” per i transalpini, che proprio ieri metteva in risalto un reportage di un giornalista testimone in prima persona di attacchi chimici da parte del Regime di Bashar Al Assad. Una critica “interventista” nemmeno troppo velata all’Onu e agli Stati Uniti, guardinghi da promuovere l’ingresso dei caschi blu in Siria senza la certezza di utilizzo di armi chimiche, che sia da parte dei miliziani siriani o da parte dell’esercito del Regime.

Ma le pressioni Anglo-francesi non ha fatto breccia fino in fondo. Il “must” era quello di evitare che l’Unione Europea arrivasse scoperta a giovedì, quando è prevista la scadenza delle sanzioni siriane. Per evitare questa imbarazzante vacatio c’erano tre opzioni preparate dagli apparati diplomatici europei: rinnovo del pacchetto in vigore sino al primo agosto in attesa della conferenza di Ginevra; proroga con piena apertura alla vendita di armi ai ribelli; conferma dell’embargo temporaneo con l’eccezione delle armi non letali, ovvero mezzi e tecnologie.

Della prima posizione fanno parte austriaci, cechi, finlandesi, olandesi e svedesi. Desiderosi di mantenere inalterate le sanzioni per gli stati europei che si accingessero a vendere armi in Siria. Della seconda, come detto, Francia e Inghilterra. Mentre sostanzialmente della terza, ma con correzioni, portatori di una posizione mediana ma più oculata per quanto concerne l’identificazione e la certificazione dei destinatari dei rapporti commerciali, e quindi dei destinatari “affidabili” della vendita, c’erano l’Italia, la Germania e la Spagna. Proprio questa è stata la posizione tenuta da Catherine Ashton, rappresentante permanente Ue per la politica estera, che ha frenato sino all’ultimo perché la situazione è confusa e poi “ci sono già abbastanza strumenti di offesa da quelle parti” come riportano fonti.

Parzialmente soddisfatta Emma Bonino, secondo cui “il negoziato è stato molto faticoso. Le posizioni iniziali erano molto, molto divergenti, per non dire inconciliabili”. Secondo il titolare dei rapporti diplomatici italiani il rischio che l’intera struttura dell’embargo potesse cadere a pezzi per i veti incrociati” e che “era molto importante evitare che esplodesse l’Europa e ci fosse un’ulteriore vittima istituzionale in tutta questa situazione”. Sulla questione dell’invio delle armi, però, la leader radicale da parte dell’Italia, non ha dubbi “La decisione è del governo: riferirò al premier e al ministro della difesa, ma la mia proposta è no”, ha concluso il ministro.

 

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