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Ma noi dove eravamo in questi anni?

ROMA – Grazie di cuore a papa Francesco per ciò che ha detto oggi a Lampedusa. Grazie per la nobiltà di un gesto che è, forse, il più rivoluzionario compiuto da un pontefice da quando Giovanni Paolo II si recò in visita alla sinagoga di Roma (era il 13 aprile 1986).

Grazie di cuore per la rinascita morale e spirituale e per la ventata d’aria fresca che ha portato in una Chiesa mai come ora bisognosa di ritrovare la dignità e la credibilità perdute a causa del fango degli scandali e dell’indecenza di chi ha strumentalizzato la parola di Dio per appagare la propria sete di potere.
Grazie di cuore, insomma, per aver posto nuovamente l’uomo al centro del dibattito pubblico, per averci indicato un modello di sviluppo radicalmente alternativo a quello proposto, o per meglio dire imposto, dal neo-liberismo tuttora imperante. E grazie per aver fatto tutto ciò con azioni semplici e modi garbati, senza urla, senza slogan e frasi fatte pronunciate per il solo gusto di conquistare qualche titolo di giornale in più.
Grazie, in poche parole, per essersi rivelato in soli quattro mesi l’esatto opposto della politica italiana, ma sarebbe forse più giusto scrivere della politica nel suo insieme, di questi tempi.
Scritte da noi queste riflessioni possono sembrare assurde e addirittura fuori luogo, sapendo benissimo quanto la amiamo e ce ne sentiamo partecipi, quanto consideriamo sacro e indispensabile militare in un partito o far comunque parte di un’associazione, di un’organizzazione, di un movimento per essere protagonisti della battaglia, più che mai utile e attuale, in difesa dei princìpi costituzionali.
Se siamo arrivati a scrivere questo, dunque, è perché le parole di papa Francesco ci hanno indotto a riflettere sulla grandezza etica e spirituale di quest’uomo animato da una fede autentica e a confrontarle con l’ipocrisia, la bassezza e la mancanza di dignità dei tanti esponenti politici che, pur professandosi ferventi cattolici, hanno avallato e plaudito a leggi come la Bossi-Fini, ai respingimenti in mare degli immigrati e ad altre forme di barbarie per le quali l’Italia ha subito pesantissime condanne in sede internazionale.
Senza contare i troppi silenzi, i troppi tentennamenti, le intollerabili omissioni e, talvolta, il tacito assenso di chi dall’altra parte, dalla nostra parte, avrebbe dovuto gridare e invece ha taciuto, di chi avrebbe dovuto condannare senza appello certe affermazioni e certi gesti e invece li ha derubricati a folklore, di chi avrebbe dovuto mantenere alta la bandiera della civiltà e dell’accoglienza e invece l’ha ammainata in nome di meschini calcoli elettorali che si sono poi rivelati completamente sbagliati.

Perché è inutile che adesso certi personaggi si commuovano o battano le mani: lo avrebbero dovuto fare prima, quando glielo imponeva il loro ruolo istituzionale e, prima ancora, la loro coscienza (sempre che ne abbiano ancora una) e quella fede che – come ha ricordato giustamente il Papa – non può essere considerata alla stregua di un abito di gala, di un grazioso oggetto da mostrare al pubblico, ma deve essere vissuta al proprio interno, in tutta la propria pienezza e significatività, e manifestata soprattutto di fronte agli ultimi, agli esclusi, ai dimenticati, ai dannati della Terra che ci chiedono aiuto e spesso ricevono in cambio solo disprezzo.
Come è inutile che si commuovano e battano le mani certi giornalisti: gli stessi che per anni hanno parlato d’altro, gli stessi che, di fronte agli sbarchi a Lampedusa, hanno voltato le spalle, gli stessi che hanno difeso a spada tratta le politiche sull’immigrazione del governo Berlusconi nonostante i richiami e lo sgomento della comunità internazionale, gli stessi che oggi si riscoprono umanitari e desiderosi di far luce su ciò che accade in quei luoghi dopo aver nascosto, oscurato, censurato e, peggio ancora, attaccato e maltrattato i pochi colleghi che queste denunce le compivano quando ancora non era di moda.
Infine, e questo riguarda da vicino la nostra parte politica, ci chiediamo per quale motivo, pur avendo in lista persone eccezionali come la ministra Kyenge e Khalid Chaouki, in campagna elettorale non abbiamo pronunciato una sola delle parole che ha detto oggi papa Francesco. La risposta, atroce e purtroppo attendibile, è che, tanto per cambiare, abbiamo avuto paura: paura di essere noi stessi, paura di esprimere il nostro senso di umanità, paura di non essere capiti, paura di non riuscire a difendere con la dovuta intensità e il necessario coraggio la bontà delle nostre argomentazioni.
Eppure, chissà perché, siamo convinti che i nostri elettori si aspettassero proprio questo: il ripudio della “globalizzazione dell’indifferenza” e la riaffermazione di valori meravigliosi quali il senso di comunità e di solidarietà.
Per questo, non ci hanno compreso o, in molti casi, hanno deciso di punirci: perché della falsa sicurezza di cui tutti si riempiono la bocca da vent’anni, figlia della peggior cultura di destra, non sanno più cosa farsene.
Per questo, dovremmo ripartire da qui, dall’entusiasmo e dalla straordinaria empatia di questo Papa venuto dalla fine del mondo, anziché perderci in discussioni sterili sulle regole congressuali o in polemiche inutili sulle sparate del piccione o della pitonessa di turno.

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