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Nelson Mandela, il sognatore che non si è mai arreso

ROMA –  Guardando la biografia di Nelson Mandela, ci accorgiamo che non ci manca tanto il personaggio, alla cui scomparsa eravamo oramai rassegnati da tempo, vista l’età, i malanni e la naturale accettazione del ciclo di una vita lunga e sofferta, quanto soprattutto il suo messaggio.

Perché Nelson Mandela aveva smesso da almeno trent’anni di essere semplicemente un uomo per trasformarsi in un simbolo, per divenire l’emblema, il modello, l’esempio di qualunque lotta contro la violenza e la sopraffazione, i soprusi e la malvagità dei piccoli uomini che credono di poter dominare il mondo servendosi unicamente della forza bruta. Ma, soprattutto, perché, pur essendo un leader naturale, dotato di un carisma in grado di commuovere le platee di tutto il mondo, nella sua conduzione del potere non ha mai posto al centro il racconto di sé, della sua biografia e della sua storia assolutamente irripetibile quanto, più che mai, il futuro del Paese che ha amato e per il quale si è battuto fin dalla gioventù, opponendosi alla barbarie del razzismo e a qualunque forma di discriminazione. Ci manca Mandela perché sappiamo che, probabilmente, di figure così non ne nasceranno più; o, se mai ne nascerà un altro, chissà fra quanto, sarà comunque diverso, in tutt’altro contesto e magari, assuefatti al cinismo, al disincanto e alla rassegnazione, non ci indurrà più nemmeno a provare quel moto spontaneo di partecipazione e vicinanza cui ci ha indotto Madiba con il suo corpo oramai martoriato dagli affanni.

Ci manca perché il suo nome, a differenza di quello di altri grandi leader politici, non è mai stato legato tanto ad una parte politica quanto a un concetto (che per me è profondamente di sinistra ma, in effetti, può essere considerato universale): quello della dignità degli esseri umani in quanto tali. Perché l’intera esistenza e l’intero supplizio di Mandela sono stati una testimonianza del valore imprescindibile della resistenza a ogni sorta di ingiustizia, del non arrendersi di fronte all’odio, dello sconfiggere la malvagità con la lotta ma, soprattutto, con la capacità di perdonare i propri carnefici, del riconciliarsi, del guardare con occhi privi d’odio e risentimento alle ragioni, e spesso anche agli errori, dell’altro. Ci manca perché ciascuno di noi sa, in cuor suo, che in quest’abisso di avidità, egoismo, superficialità, individualismo, egli era sempre lì a rappresentare un modello sociale radicalmente alternativo, fondato sul senso di comunità, di solidarietà, di verità, di giustizia, di amore e di fratellanza, sul rifiuto dell’idea del potere per il potere e della ricchezza per la ricchezza e su quel senso di umanità che oggi sembra essere andato definitivamente perduto.

E qui, con una punta di rammarico e amarezza, vien da dire che forse Madiba ha scelto il momento giusto per andarsene, perché questo non era davvero più il suo mondo, perché, andando avanti così, il rischio che il suo percorso venga prima o poi sminuito e frainteso si trasformerà in certezza, perché stiamo diventando troppo bruti, troppo feroci, troppo pieni di noi stessi per riconoscere e apprezzare la poesia dell’altro, la magia dei suoi sguardi, la profondità del suo pensiero e delle sue idee. Ci manca per questo, Nelson Mandela: perché è stato l’ultimo a rispondere al buio del carcere con la speranza della Nazione arcobaleno, con il concetto di convivenza pacifica, con l’utilizzo saggio e mai strumentale dello sport come veicolo di incontri e sentimenti ma, in particolare, perché ci costringeva a fare i conti con la nostra piccolezza, con la nostra miseria umana e morale, con i nostri falsi problemi, con la nostra inadeguatezza nel riconoscere e affrontare quelli veri, con i nostri toni urlati e ingiustificabili al cospetto di un uomo che nessuno avrebbe potuto biasimare se avesse deciso di trascorrere il resto dei suoi giorni a gridare dopo i torti e le umiliazioni subite. Ci mancherà, dunque, l’anima di Mandela, anche se la sua biografia continuerà a parlare, a far riflettere, a ispirare film, romanzi e canzoni. E ci mancherà soprattutto la sua ineguagliabile umiltà, la stessa che lo induceva a dire di sé: “Sono una persona normale alla quale solo circostanze straordinarie hanno offerto un ruolo storico”. Ma, più che mai, per dirla con un’altra sua memorabile definizione, è stato “un sognatore che non si è mai arreso” e per questo ha vinto; e insieme a lui ha vinto un popolo, una collettività in cammino, un’intera Nazione, un Continente che si è affrancato, almeno in parte, dalla tragedia della segregazione razziale, e l’umanità nel suo complesso. Senza contare che ha vinto un meraviglioso principio di riscatto e riscossa morale, perché è indubbio che, nonostante tutto, il mondo sia oggi leggermente migliore di come fosse quando Mandela è venuto al mondo novantacinque anni fa. Adesso tocca agli altri, tocca a noi raccoglierne l’impossibile eredità e provare ogni giorno, nel nostro piccolo, a spezzare le innumerevoli catene che ancora tengono prigionieri milioni di uomini. Non è detto che ci riusciremo ma, quanto meno, possiamo dire di avere un valido punto di riferimento. Ciao Madiba, che il tuo volo verso il domani sia soltanto all’inizio.

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