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ROMA – Fine settimana. Come sempre, si gioca, si segna, si esulta, si tifa e si piange negli stadi di tutto il mondo. Come sempre, la magia e la meraviglia del calcio riempiono per qualche ora le nostre vite d’entusiasmo, facendoci dimenticare la rabbia e l’amarezza per il periodo non certo esaltante che stiamo attraversando. Tuttavia, questo fine settimana non sarà lo stesso di sempre.

Non lo sarà perché saremo più soli. Venerdì, infatti, si è spento ad appena quarantacinque anni Tito Vilanova, ex allenatore del Barcellona, artefice delle mirabilie tattiche che hanno condotto i blaugrana sul tetto del mondo, storico amico e collaboratore di Guardiola, purtroppo stroncato da un cancro incurabile alla ghiandola parotide.

E qui il calcio, lo sport, lo spettacolo, i fasti e le ricchezze si fermano per lasciare spazio a una riflessione sul senso della vita e dell’umano.

Perché basta guardare le sue foto, presenti oggi su tutti i giornali, per rendersi conto che no, non è accettabile: non è accettabile l’idea che se ne vada un uomo così, che la nostra vita sia appesa a un filo, che possa sgretolarsi, indebolirsi e spegnersi quando si è all’apice, alla guida della squadra più forte di tutti i tempi, quando si è accarezzato e alzato al cielo un numero di trofei che altri allenatori non riuscirebbero a conquistare nemmeno in tre vite, quando si sono allenati campioni come Messi, Xavi, Iniesta e si è avuto tutto quello che un uomo potrebbe desiderare, una fortuna quasi sfacciata in un’epoca in cui molti faticano, anche in Spagna, ad arrivare alla fine del mese.

Eppure è accaduto e oggi Tito non c’è più. E qui non piangiamo l’allenatore o lo sportivo, ma la persona e il sorriso che ha saputo regalare ai suoi giorni fino alla fine, animato da una speranza incrollabile di riuscire a guarire e determinato a lottare in silenzio fino all’ultimo, con dignità, lontano dai riflettori, un po’ come si era sempre sviluppata la sua vita dentro e fuori dal campo.

E piangiamo la compostezza, la signorilità, il rispetto per il prossimo, la capacità di far crescere i talenti e arricchirli, innanzitutto, dal punto di vista umano; piangiamo la sua ingenua e straordinaria convinzione di poter estrarre da ciascuno il lato migliore, senza fare distinzioni tra i primi e gli ultimi.

Piangiamo un uomo che, cosa rarissima nel mondo milionario del calcio attuale, possedeva un innato senso della misura, al punto di arrivare ad affermare: “Non ci si dovrebbe mai innervosire per nulla. Quello che oggi sembra importante, domani non lo è più”. Più che una dichiarazione un epitaffio, in questa sorta di “Antologia di Spoon River” dei tempi moderni che ha sguarnito un uomo corazzato, ponendolo dinanzi a un destino atroce, spegnendo giorno dopo giorno la sua resistenza fisica senza mai incrinarne l’anima, senza mai demoralizzarlo, senza mai indurlo ad arrendersi, tanto che chiedeva, si informava, era arrivato persino a guidare la squadra a distanza mentre tentava in ogni modo di sconfiggere un avversario assai più coriaceo di tutti i campioni che il suo Barça aveva sconfitto sul campo.

Per una volta, possiamo affermare senza remore che ci ha lasciato un uomo perbene, un allenatore onesto, uno sportivo leale, un maestro di calcio e di umanità e che la sua scomparsa ci pone di fronte al senso della nostra fragilità, della nostra irresolutezza, della nostra impossibilità di programmare davvero il domani, del nostro obbligo di accettare la mutevolezza e, talvolta, la drammaticità degli eventi senza riuscire fino in fondo a governarli.

Da stasera, una stella brilla lassù, nel cielo sopra il Camp Nou e sopra tutti gli stadi del mondo. Una stella grande come i sogni di un uomo che è stato poco su questa Terra ma ha speso bene il proprio tempo, donandosi agli altri con un altruismo del tutto fuori moda.

Addio Tito.

 

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