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Elezioni europee. Cosa resterà dell’Europa?

ROMA – Urne chiuse. E bisogna prendere subito atto di due dati incontrovertibili: il disastro europeo, con le forze populiste, xenofobe, euroscettiche e quanto di peggio possa esistere nel panorama politico internazionale in trionfo in tutto il Vecchio Continente, e lo sbalorditivo esito delle elezioni italiane, con un PD che sfonda quota 40 per cento e si propone come attore centrale per i prossimi anni.

Ora, poiché non siamo mai stati dei grandi estimatori di Renzi e non abbiamo alcuna intenzione di saltare sul carro del vincitore, pur dandogli atto di un risultato sorprendente e per lui straordinariamente positivo, preferiamo tralasciare le vicende nazionali ancora in fase di definizione e concentrarci su ciò che è avvenuto, ad esempio, in Francia e in Gran Bretagna.

Per i socialisti francesi è notte fonda: il governo Hollande sta andando malissimo, la scelta di puntare su un uomo marcatamente di destra come Valls si è rivelata catastrofica e il partito è sprofondato sotto il 15 per cento, scavalcato non solo dall’arrembante Front National di Marine Le Pen ma anche dall’UMP dell’ex presidente Sarkozy; e a questo punto non ci sarebbe nulla di cui sorprendersi se, per la prima volta nella recente storia transalpina, dovesse aprirsi una crisi di governo di proporzioni devastanti, talmente lacerante che potrebbe persino condurre ad elezioni anticipate.

Non va meglio in Gran Bretagna, dove gli ultra-nazionalisti esponenti dell’UKIP si impongono come primo partito, punendo il tentennante Cameron e lasciando le spoglie del Labour post-blairiano a interrogarsi sulla necessità di tornare a dire qualcosa di sinistra dopo vent’anni di “thatcherismo gentile” e ubriacatura liberista.

E non va meglio nei paesi nordici, un tempo punti di riferimento del pensiero socialdemocratico e oggi costretti a fare i conti con la paura dell’immigrazione, uno stato sociale meno efficiente rispetto ai decenni precedenti, una disoccupazione in aumento e classi dirigenti, oggettivamente, inadeguate a fronteggiare una crisi di queste dimensioni.

Resiste, come sempre, la solida Germania, con l’affermazione della CDU-CSU, il recupero dell’SPD dopo il disastro di Steinbrück alle Politiche e la netta, e triste, avanzata degli anti-europeisti di Alternative für Deutschland, solo parzialmente compensata dal buon risultato dei Verdi di Ska Keller (candidata alla presidenza della Commissione europea) e dalla tenuta della Linke (corrispondente alla nostra sinistra radicale).

Sorprendente, e per certi versi eccezionale, il risultato di Syriza in Grecia, dove l’effetto Tsipras ha trascinato la sinistra alla vittoria, imponendosi sia sui conservatori di Nea Demokratia sia sull’oramai derelitto Pasok sia, per fortuna, sulla pur sempre troppo alta pattuglia neo-nazista di Alba Dorata.

Al che, vien da chiedersi: qualcuno, a Bruxelles, rifletterà sulla gravità dei dati emersi dalle urne? Si interrogheranno, i nostri eroi, sulla necessità impellente di cambiare rotta, infrangendo e spazzando via le logiche dell’austerità e del rigore fine a se stesso e puntando, finalmente, sulla mutualizzazione del debito dei paesi più in difficoltà attraverso gli eurobond, sulla crescita attraverso i project bond e serie politiche di sviluppo e, magari, su una sorta di IRI europea per favorire la ricostruzione industriale e la rinascita del tessuto sociale, soprattutto nel Meridione devastato da una disoccupazione a due cifre?

Ma, più che mai, si porranno qualche domanda sulla saggezza e sul senso di responsabilità dei paesi più fragili, l’Italia e la Grecia, che anziché premiare, come temuto, le forze peggiori, si sono affidati a partiti di sinistra che nulla hanno a che spartire con le idee barbare che circolano, invece, nel gretto Nord malato di egoismo?

Riusciranno i paesi mediterranei a farsi promotori della svolta necessaria? Riuscirà questo shock ad essere davvero salutare per un’Europa che oggi appare in macerie? Riuscirà la saggezza di Mario Draghi a vincere definitivamente le resistenze dei liberisti della Bundesbank e dei loro sodali e a restituire un po’ di respiro a nazioni gravate da un impoverimento e da un crollo dei consumi che mettono sinceramente a rischio la tenuta stessa della democrazia?

Per alimentare questa fiammella di speranza, ci affidiamo alle riflessioni di Claudio Magris sul “Corriere della Sera” di ieri: “C’è inoltre un modo squisitamente europeo di concepire il rapporto fra l’individuo e la società ossia gli altri. Sin da Aristotele, l’individuo è concepito come zoon politikon, animale politico; cittadino della Polis, della comunità, che esiste in rapporto con gli altri, diversamente dalla concezione anarco-capitalista-ultrà, così enfatizzata negli ultimi anni e oggi in crisi. Essere animale politico significa rifiutare ogni livellamento collettivo, ma sentire di vivere nel rapporto con gli altri; significa sapere che la qualità della nostra vita comprende quella di chi vive intorno a noi, del mondo in cui viviamo; significa sentirsi partecipi di un comune destino”. In queste parole, è racchiuso il senso e la bellezza del nostro essere cittadini europei.

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