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Teatro Brancaccino. La ballata del prima e del dopo. Recensione

Paolo Guzzanti, funambolo della parola tra satira e memoria, rivive la sua avventura umana e professionale 

ROMA – Un prima e un dopo che si rincorrono a intermittenza nella percezione mentale. Ricordi che lasciano posto alla speranza, o più spesso alla vanificazioni di un sogno sopraffatto dalla realtà dei fatti. Questo il meccanismo della storia italiana, questo l’ingranaggio che sprona l’affabulazione teatrale di Paolo Guzzanti – ispirata dal suo recente libro autobiografico “Senza più sognare il padre” – al suo primo debutto in scena in assoluto. Il palco è quello del Brancaccino, gioiellino romano in una città in cui stanno scomparendo i luoghi off di sperimentazione, ma in cui – assistendo a prove mnemo-ironiche-cerebrali come questa, si ritrova l’entusiasmo per dire che le idee non sono finite ma anzi, se plasmate da intelligenza e lucidità, si possono condire e valorizzare offrendo un fulgido esempio per i giovani.

“La Ballata del Prima e del Dopo”: in un tentativo coraggioso di mettere ordine nella sfolgorante avventura di giornalista, inviato di guerra, bambino, padre d’arte e uomo allo specchio, Paolo Guzzanti gioca in quasi 2 ore di serrato monologo tutte le corde artistiche del suo Io, svelando alcuni backstage della sua carriera umana e professionale ma soprattutto dimostrandoci che ogni biografia, se raccontata dosando con ritmo comicità e dramma, trasmette vita (in quanto vita vissuta fino in fondo) e attiva riflessione in chi la ascolta.

Difficile perdere il filo dei suoi discorsi, che spaziano da un’infanzia travolta dalla razzia del Ghetto del  1943 alle avventure come editorialista a “Repubblica”, scherzi compresi a noti esponenti culturali e istituzionali (celebri le sue imitazioni di Pertini). Paolo difende il suo vertice creativo familiare (i geni di Sabina, Corrado e Caterina in fondo sono tutti i suoi!) proprio con lo stesso (se non maggiore) umorismo tagliente, surreale e un tantino futuristico con cui alterna le caricature di personaggi familiari a minuziose ricostruzioni parodistiche di ben noti personaggi che ne hanno contrassegnato il destino professionale, quali Eugenio Scalfari e, soprattutto Franco Evangelisti, l’allora ministro della Marina Mercantile che proprio in una celebre intervista-scoop di Guzzanti fece scalpore con le prime rivelazioni di “mani pulite”. Evangelisti è il fantasma sul palcoscenico – probabile spunto motore di tutta la messa in scena – che serve al nostro protagonista per dialogare, confessarsi, giustificare le azioni di una esistenza trascorsa sul fronte delle idee, ma anche recuperare quei vuoti di memoria che, alla soglia dei suoi 25000 e passa giorni di vita vissuta, ti permette di ricordare solo 100 episodi che ne hanno segnato il senso.

Non vi è dubbio che questo recital possa – vista la molteplicità degli episodi che descrive ed evoca (e in questo la regia prossemica, musicale, scenografica, luminosa e gestuale di Francesco Sala è un perfetto compendio all’esecuzione vocale e presenzialista del nostro affabul-attore) – rappresentare il primo capitolo di una personale (e corale, per chi conosce i fatti italiani) enciclopedia guzzantiana, intrisa di incipit ed input per i nostri neuroni. Non una semplice prova da interprete, ma un collaudo da volitivo messaggero, in un percorso mentale creativo che stimola ad un’interazione e che ci dimostra quanto sia importante saper raccontare e ascoltare le storie dal vivo, per poter stimolare allegramente la nostra memoria emotiva – ed una parte del nostro immaginario collettivo – a ballare il prima e il dopo rivestendoli di un significato emozionale sicuramente impossibile da ricercare nei quotidiani bombardamenti della odierna ed imperterrita rete virtuale.

La ballata del prima e del dopo

Monologo di e con Paolo Guzzanti

(liberamente tratto da “Senza più sognare il padre” ed. Aliberti)

Regia a cura di Francesco Sala

26- 29 marzo 2015

Teatro Brancaccino, Roma

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