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Addio a Omar Sharif. Duplice aspetto di una vita adrenalinica

Il CAIRO – Si chiamava Michel Dimitri Shalhoub, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1932, figlio di genitori libanesi, si era diplomato al Victoria College, una scuola inglese, in seguito aveva conseguito al Cairo la laurea in matematica e fisica.

Nel 1953, quasi per caso,  scoprì il cinema grazie al regista Youssef Chahine, che lo scelse per  Lotta sul fiume. In otto anni interpretò oltre 20 film in Egitto, di cui due distribuiti anche in Italia. Per sposare l’attrice Faten Hamama si convertì all’Islam e scelse il più eufonico Omar El Sharif. All’inizio di quest’anno, secondo quanto riferisce il suo agente Steve Kenis, gli era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer. E’ morto in un ospedale del Cairo a  83 anni per un attacco di cuore.

Curiosamente Wikipedia recita : “è stato un attore giocatore di bridge egiziano”. Quasi che il secondo aspetto avesse una importanza fondamentale nella sua vita. In effetti questo è stato  il tallone di achille della star, malgrado il successo planetario: che il successo non necessariamente porti a soddisfazione ed equilibrio è comunque arcinoto. Omar Sharif, entrato nella lista dei top players del gioco, aveva pubblicato un manuale di bridge. Nella sua autobiografia scriveva: “Finisci a fare una vita  in totale solitudine: alberghi, valigie, cene senza nessuno che ti metta in discussione. L’attrazione del tavolo verde per me diventò irresistibile. E ci ho sperperato delle fortune. A un certo momento ho capito e ho deciso di smettere anche con il bridge per non sentirmi prigioniero delle mie passioni».

Nel 1961, aveva fatto un salto di qualità interpretando “Lawrence d’Arabia” di David Lean. La nomination all’Oscar del ‘63 fu la naturale conseguenza che gli aprì le porte di Hollywood. In seguitò arrivò in Italia con il suo fascino esotico per grandi classici come “La caduta dell’impero romano”, “Marco Polo” e  “Gengis Khan”.  Infine David Lean lo travestì da russo per il celebre adattamento del “Dottor Zivago” (1965). Il successo fu planetario. Passati poco più di dieci anni dal primo exploit internazionale, Omar Sharif aveva già visto tutto del cinema mondiale. Non gli bastava, come ogni talento creativo viveva di adrenalina. E questo fu il periodo in cui, paradossalmente,  cominciò a far debiti per il vizio del gioco. Nel 2003, alla Mostra di Venezia,  ricevette il Leone d’oro a coronamento della sua carriera d’attore. Verso la fine del suo passaggio terreno, come ogni vecchio che si rispetti, come molti di noi fanno, era tornato a vivere nella sua patria, accanto a suo figlio.

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