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Harald Nielsen, così si gioca solo in Paradiso

ROMA – Ora che ci ha lasciato anche Harald Nielsen, scomparso oggi alla’età di 73 anni, possiamo asserire che è proprio vero che “così si gioca solo in Paradiso”.

Lo disse Fulvio Bernardini, indimenticabile allenatore di quel rustico e funambolico Bologna che il 7 giugno 1964 compì l’impresa di battere, all'”Olimpico” di Roma, la Grande Inter di Herrera, reduce dal trionfo in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stefano, Puskas, Gento: una formazione leggendaria che, fra il ’55 e il ’60, aveva abbagliato le platee di tutta Europa, aggiudicandosi ben cinque successi consecutivi nella massima competizione per club. 

Un 2 a 0 secco, rotondo, con Nielsen fra i marcatori, al termine di un’annata turbolenta e culminata con la tragica scomparsa, a pochi giorni dallo spareggio-scudetto, dello storico presidente Renato Dall’Ara, artefice di quella squadra provinciale che ebbe l’ardire di arrivare là dove nessuno avrebbe pronosticato.

Danese, esplosivo, raffinato, possente: una macchina da gol perfetta, un emblema di correttezza e di bel gioco, al centro di un ingranaggio ben oliato che poteva contare sulla classe di Bulgarelli, capostipite, insieme a Rivera e Mazzola, dei cosiddetti “abatini” di breriana memoria, sull’esuberanza di Haller, sulla gioia di vivere e di segnare di Pascutti, su una difesa d’acciaio e su una guida, Bernardini per l’appunto, che più che un allenatore fu un secondo padre per quei figli della meglio gioventù che trovarono sui campi di calcio di un Paese che tornava a sognare e a credere in se stesso l’orgoglio di essere protagonisti, la felicità di superare ogni ostacolo, l’orgoglio di confrontarsi con avversari più forti, più ricchi, carichi di gloria e di tifosi e di batterli, in un’irripetibile stagione nella quale si tendeva a ridurre le disuguaglianze anziché esaltarle.

Erano, quei ragazzi, i figli di una Bologna rossa e giusta; una Bologna in cui l’imprenditore e l’operaio si ritrovavano la sera a discutere davanti a un bicchiere di vino rosso; una Bologna gucciniana, fatta di osterie e feste dell’Unità, emozioni e speranze, Morandi e Lucio Dalla, Giuseppe Dozza e la piena occupazione; una Bologna capitale della cultura, del dialogo e del rispetto per le idee dell’altro; una Bologna in cui le generazioni si prendevano per mano e allo stadio si ritrovavano stretti in un abbraccio il filosofo e il netturbino, il docente universitario e il povero cristo, i quali non soffrivano affatto nel sedersi l’uno di fianco all’altro.

Una Bologna partigiana, una Bologna in cui le classi si mescolavano, una Bologna innamorata di quei ragazzi, simboli di un’impresa dal sapore di tagliatelle e di ragù, di semplicità e di poesia, di un calcio antico e in bianco e nero di cui oggi rimangono solo i ricordi e la nostalgia di chi ha avuto la fortuna di avere vent’anni quando ancora aveva un senso averli.

E poi quell’undici, quella mirabile preghiera laica: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti (anche se nello spareggio contro i nerazzurri di Herrera giocò Capra). 

Addio alla grandezza di questa dinamite nordica che non ebbe problemi ad adattarsi all’amena serenità delle nostre latitudini, conservando una serietà professionale, una classe, un’abnegazione e un’intensità di gioco che ne fecero uno degli attaccanti più ammirati e temuti.

E addio per sempre a una squadra che riuscì nell’impossibile col sorriso sulle labbra, al pari dei tanti ragazzi che fece innamorare del calcio e della vita in quel pomeriggio romano di indescrivibile bellezza.

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