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ROMA – La sentenza del Consiglio di Stato che ritiene illegittime le trascrizioni dei matrimoni gay celebrati all’estero non ci deve meravigliare.

Si può essere d’accordo oppure no con la decisone, ma di sicuro i giudici amministrativi hanno fatto il loro lavoro, è il legislatore che fino ad oggi non ha fatto il suo.  

Il Consiglio di Stato, giudice di appello rispetto al Tar, ha risposto ad una questione di diritto che gli è stata posta. In primo grado, a marzo scorso, il Tribunale amministrativo del Lazio aveva dato sostanzialmente ragione al sindaco Marino che un anno fa aveva dato il via libera alla trascrizione nel registro dello stato civile del Comune di Roma di 16 matrimoni di coppie gay celebrati all’estero. A quella decisone di Marino, seguì nel giro di pochi giorni un provvedimento del prefetto di Roma, che su indicazione del ministro dell’Interno Alfano, annullò la trascrizione del sindaco. Chiamato a pronunciarsi, il Tar aveva rimandato la questione alla giustizia ordinaria, sostenendo che solo un Tribunale potesse annullare la trascrizione. Di fatto, aveva ritenuto illegittimo il provvedimento del prefetto Gabrielli. Il Consiglio di Stato, chiamato a dire la sua, ha ritenuto non valide le trascrizioni: per i matrimoni gay mancherebbe un requisito ‘ontologico’, ovvero la diversità fra i sessi, che resta presupposto per la celebrazione delle nozze nel nostro ordinamento.

Ora, è evidente che il punto non è entrare nel merito delle decisioni del Tar o del Consiglio di Stato. Il punto è che quella del riconoscimento delle unioni omosessuali è una materia che va disciplinata solo e unicamente per legge. Carte bollate, ricorsi e conflitti tra amministratori lasciano il tempo che trovano e non potranno mai colmare il vuoto normativo che c’è. 

Diciamolo chiaramente. Quella operata da Marino e da altri sindaci in Italia sulle unioni gay celebrate all’estero è stata una forzatura, a fin di bene, ma pur sempre una forzatura. Così come lo è stato l’ingresso a gamba tesa di un prefetto in una simile materia. Non sono le controversie di fronte ai giudici che possono mettere fine a questa situazione. Anzi, simili atti aumentano la confusione e, soprattutto, finiscono per deludere le aspettative di tutte quelle coppie omosessuali che da anni aspettano di avere pari diritti rispetto alle unioni etero. La parola, dunque, deve tornare al legislatore. Il Parlamento calendarizzi il prima possibile la proposta di legge Cirinnà sul riconoscimento delle unioni gay e si vada avanti. Dopo tante promesse, polemiche e passi indietro, questa battaglia di civiltà non è più procrastinabile.  

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