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ROMA – Attenzione a non esaltarci troppo, attenzione a non dare per scontata la vittoria di Aung San Sui Kyi e attenzione, soprattutto, a non trattare l’esito delle elezioni birmane come se stessimo parlando della normale competizione democratica in un paese occidentale.

Attenzione perché, presi dall’entusiasmo e travolti dall’incredula felicità per questo piccolo passo avanti compiuto in quella terra lontana e martoriata, rischiamo di non renderci conto del fatto che nell’affermazione di quest’anziana paladina della democrazia e dei diritti umani non c’è nulla di sicuro.

Certamente, stando ai primi dati, sembra che il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD: National League forma Democracy), sia andato a valanga, ottenendo circa il 70 per cento dei voti scrutinati finora e costringendo il Htay Oo, il leader dell’USDP, il partito attualmente al governo, a riconoscere pubblicamente la sconfitta.
Bene così, dunque, anche se, ripeto, stiamo parlando pur sempre di un Paese nel quale il 25 per cento dei parlamentari è nominato direttamente dai militari e nel quale, in base ad assurde norme costituzionali, varate proprio per contrastare la San Sui Kyi, anche se dovesse diventare premier, non potrebbe comunque diventare presidente, in quanto è stata sposata con uno straniero e i suoi figli hanno il passaporto britannico. Si tratta di clausole capestro introdotte ad arte per danneggiare e frenare la sua spinta rivoluzionaria, lo sappiamo bene, come lo sanno gli osservatori internazionali accorsi da ogni parte del mondo per salvaguardare innanzitutto la democraticità del voto, ma tant’è e ci sembra opportuno far nostra la linea della prudenza espressa da Phil Robertson, vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, il quale ha dichiarato a “la Repubblica” che la San Sui Kyi “non potrà diventare presidente, anche se il suo partito otterrà la maggioranza assoluta. E i nuovi vertici saranno scelti con un meccanismo complesso che garantirà ai militari di esprimere al minimo un vicepresidente e forse addirittura il presidente”.
Sarà bene, dunque, monitorare e tenere gli occhi ben aperti su quanto avverrà in Birmania nei prossimi mesi, in quanto sempre Robertson fa presente che, non appena la comunità internazionale dovesse abbassare leggermente la guardia, i militari ne approfitterebbero subito per tentare di vanificare un esito elettorale che, in cuor loro, non accettano, non tollerano e che faranno di tutto per contrastate, sabotando, come già fecero nel ’90, la volontà popolare.
E allora perché tanta gioia, tanta felicità, tanti sorrisi, tanti sogni e tante speranze sui volti dei sostenitori dell’indomita leader premio Nobel per la Pace? Perché comunque quest’esito elettorale ha gettato un seme, perché comunque ha posto le premesse per un cambiamento, perché stavolta i militari non potranno ignorare del tutto le scelte dei cittadini, perché la democrazia si sta rivelando, persino in Birmania, più forte e più tenace di ogni tirannide e perché un voto così aperto, voluto e partecipato costituisce un punto di partenza per la costruzione di un percorso di libertà, di giustizia, di fratellanza e di rispetto reciproco col quale persino i golpisti del regime dovranno presto fare i conti.
E la loro felicità deve essere anche la nostra, visto che nella vecchia e democratica Europa sono anni che sentiamo parlare di democrazia col “pilota automatico” e vediamo decisioni democraticamente assunte dai cittadini messe in discussione in maniera indegna da poteri occulti privi della benché minima legittimità popolare.
Deve essere anche la nostra perché la storia si è rimessa finalmente in cammino. Deve essere anche la nostra perché quando un popolo alza la testa e si ribella alla condanna, apparentemente eterna, dell’oppressione dittatoriale è come se tutti i popoli avessero alzato la testa, intrapreso un cammino, lottato e sperato fino a liberarsene.
“Noi daremo a Daw Suu le braccia e le gambe” ha esclamato con entusiasmo un ragazzo, domenica al seggio, a dimostrazione che questa svolta non si può fermare, così come non si è mai fermata questa piccola, dolce, tenacissima donna.

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