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ROMA – La vicenda De Luca non è una matassa facile da sbrogliare e rischia strascichi poco edificanti. Dopo due giorni di silenzio ed evidente imbarazzo tra i vertici del Pd, il premier Matteo Renzi ha rilasciato una dichiarazione: “Piena fiducia nella magistratura.

De Luca ha il diritto e il dovere di governare quella terra”. Stop. Qualcuno rifiata, tra questi De Luca, qualcuno è deluso, molti i disorientati. Dal premier ci si aspettava di più. Una presa di posizione decisa, che sgombrasse il campo da ambiguità e storture politiche. Non è arrivata. In cambio, un sostanziale via libera sul piano politico al governatore della Campania, che di certo non aspettava altro. Errore. Perché quello che è maggiormente rilevante in questo ambaradan non è il caso giudiziario, anche se De Luca è pur sempre indagato per il reato di induzione indebita, ma il caso politico.  

Lasciamo da parte per un attimo la legge Severino, le forzature operate da De Luca, le sue liste ‘impresentabili’, i ricorsi. Atteniamoci ai fatti riguardanti l’ultima inchiesta. Ebbene, il dato rilevantissimo che emerge è che De Luca ha mentito all’opinione pubblica. Perché già il 29 ottobre sapeva della perquisizione della polizia giudiziaria a casa del suo braccio destro Mostursi e di essere a sua volta indagato. Conosceva quindi le vere ragioni che il 9 novembre hanno portato lo stesso Mostursi alle dimissioni dall’incarico di capo gabinetto in Regione. Motivi tenuti nascosti nella versione ufficiale comunicata dal suo ufficio stampa agli organi di informazione. Due giorni dopo, l’11, quando l’inchiesta che coinvolge il magistrato Anna Scognamiglio, suo marito Guglielmo Manna, De Luca e il suo braccio destro, è finita su tutti i giornali, il governatore ha convocato una conferenza stampa. Si è dichiarato ‘parte lesa’, ha fatto la solita faccia feroce (quella che re Franceschiello di Borbone faceva fare ai soldati del suo esercito scalcagnato per incutere timore ai nemici), e del fatto che ha taciuto episodi gravissimi nemmeno una parola. Silenzio anche sulla mancata denuncia alle autorità del ricatto. 

Ma che uomo delle istituzioni è uno che si comporta così? Che credibilità può avere agli occhi dei cittadini? Chi ha responsabilità politicamente, ovvero il presidente del Consiglio nonché segretario nazionale del partito di De Luca, non può non dare un altolà categorico a tutto questo. Perché il rischio è che la famosa asticella che segna il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è ammissibile e ciò che non può esserlo, si alza ancora una volta. Nel mondo anglosassone un politico che mente, persino su questioni personali, è fuori automaticamente dalla vita pubblica, nessuno lo voterebbe più perché perde di credibilità. E se perde di credibilità vuol dire che la sua parola non ha più valore. Non gli si potrà credere mai più. In Italia non è così, anche la menzogna sta diventando routine. Ci stiamo abituando biecamente anche a questo. Una deriva culturale e morale che rischia di incidere profondamente sul tessuto sociale fino a cambiarlo irrimediabilmente. La responsabilità penale è personale, quella politica è collettiva nel senso di pubblica e sociale. Le ragioni di opportunità politica perciò devono valere a prescindere dalle implicazioni giudiziarie ed avere quando serve la forza e la dignità di anticiparle. 

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