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Libri, Mafia capitale: ‘Roma brucia’ documento storico

ROMA – C’è una Roma disincantata, quella della società civile. Una Roma che vive nell’ombra, quella di chi sa ma non parla. C’è una Roma sporca, quella dei corrotti e dei corruttori E infine una Roma che fa paura: quella di cui Mafia Capitale è solo un pezzo, un capitolo che ora è possibile leggere, ma che rappresenta appena un frammento di un sistema tentacolare che attanaglia non solo la Capitale d’Italia ma tutto il Paese. 

Le riflessioni che ci induce ‘Roma Brucia’, l’ultimo libro di Pietro Orsatti, sono molteplici. Il suo è un documento storico, una raccolta precisa di fatti e informazioni, da leggere e rileggere. Perché quel malaffare che si erge a sistema, che così dettagliatamente descrive, è quasi atavicamente parte della capitale, centro nevralgico di convergenze della criminalità, punto di incrocio tra passato e presente, terrorismo nero e mafia tradizionale, Banda della Magliana e servizi deviati.

Orsatti sottolinea che in questo sistema la politica è a servizio della mafia non il contrario, miserabile anello di un ingranaggio complesso, da manuale di ingegneria. Con implicazioni all’estero – dai cartelli della droga del sud America al terrorismo islamico – e nelle viscere di questa Italia, nelle profondità più nascoste e nei suoi misteri mai svelati.

Un documento storico che è bene tenere a mente, studiare, analizzare. Che richiama tutti al dovere della memoria. Per passare dal disincanto alla consapevolezza l’unica via è essere custodi della storia, ‘averne cura’, come direbbe Pasolini. 

Orsatti, dunque, ci conduce nella conoscenza del Mondo di Mezzo, di Buzzi e Carminati, dei loro sodali, di un’organizzazione mafiosa sì ma non alla vecchia maniera, qualcosa di nuovo, morfologicamente plasmato sulla capitale d’Italia. Decenni di potere consolidato nelle strade e nei palazzi, nelle periferie e nel centro, nelle amministrazioni pubbliche e nella finanza. Appalti, immigrati, cooperative. Funzionari corrotti, politici assoldati, connivenze con Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa nostra. Un groviglio di rapporti, marcio, assai marcio. 

I negazionisti hanno dovuto ricredersi: a Roma la mafia c’è e come. E fa paura. Ha agito indisturbata in tutti questi anni, in continuità con vecchi intrecci che già dominavano la malavita romana negli anni settanta. Ma tutto cambia e si trasforma. C’era un patrimonio di malaffare e di connivenze che andava ricapitalizzato. Si trattava di sfruttare la rete che c’era, rafforzandola e cambiandole volto. Anni e anni e il sistema si è ‘modernizzato’, adattato alle nuove circostanze, ai nuovi equilibri politici. L’apice con la Giunta Alemanno, poi la continuità con esponenti della maggioranza di Marino. Vergogna, scandalo, stupore quando un anno fa la città e il Paese hanno aperto gli occhi sulla realtà.

Il maxiprocesso Mafia Capitale è iniziato a novembre.  La procura della Repubblica guidata da Giuseppe Pignatone, colui che ha deciso di fatto di scoperchiare la pentola e fare un po’ di pulizia, punta sul riconoscimento dell’associazione mafiosa per l’organizzazione del ‘cecato’ e di Buzzi: elemento fondamentale dell’intero impianto accusatorio. Vedremo cosa accadrà nelle aule di giustizia. 

Nel frattempo c’è da riflettere su due aspetti importanti. Il primo: sbaglia chi si illude che in Mafia Capitale si esaurisca il potere mafioso e la corruzione presente a Roma. La mafia, o meglio il malaffare di stampo mafioso è un cancro che si è incuneato in ogni meandro, in ogni anfratto degli apparati statali e non, erodendoli fino all’osso. Una cura efficace parte dalla premessa di non abbassare mai la guardia. Dopo Mani Pulite nel ’92 ci si illuse che le ‘mazzette’ avessero smesso di girare. Non fu così e non è così neanche oggi. Mentre si celebra il processo Mafia Capitale, la criminalità, i corrotti, come sottolinea Orsatti, sono sempre all’opera. Anzi non hanno mai smesso di esserlo. Cercano solo altri equilibri, nuovi canali. Nuovi delinquenti si fanno avanti, quelli finiti in galera hanno lasciato uno spazio vacante. Per questo, estirpare il male richiede molto di più del lavoro duro e irreprensibile di una Procura e della polizia giudiziaria. Richiede una vigilanza totale dello Stato. Ergo: errori come quelli del prefetto Gabrielli il 20 agosto scorso in occasione del funerale show dei Casamonica a Roma sono inaccettabili e segno di una debolezza pericolosa. 

Ed eccoci al secondo aspetto. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre ha più volte evidenziato l’eccellenza dell’intelligence italiana. Anzi, da molti esperti viene riconosciuta ai nostri servizi segreti una preparazione maggiore rispetto a quella di altri paesi europei perché abituati a fronteggiare fenomeni come mafie e terrorismo eversivo. Ebbene, se i servizi italiani sono così addentrati ed esperti, sarebbe da sciocchi credere che di Mafia Capitale, di Buzzi, di Carminati, di Odevaine, dei legami con potenti clan mafiosi, nessuno fosse a conoscenza prima che cominciasse il lavoro della Commissione di accesso e che la Procura guidata da Pignatone avviasse le indagini. Possibile che in tutti questi anni non ci sia stata nessuna segnalazione da parte dei servizi? E a voler seguire le procedure tradizionali per la conoscenza di reati o fatti illeciti, nessuna denuncia? Mai nessun esposto? Francamente è difficile da credere.

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