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ROMA – Di fronte alla barbarie terrorista cui stiamo assistendo dall’Indonesia alla Turchia, di fronte alla necessità di dirimere la crisi libica e, prima di tutto, quella siriana e irachena, sconfiggendo il mostro del Daesh che secondo alcuni osservatori è già diventato uno stato con tutti i crismi, al cospetto di un’Europa gretta che si chiude e innalza muri di filo spinato e steccati invalicabili nei confronti dei migranti, mentre la Gran Bretagna è alle prese con un drammatico referendum per decidere se rimanere o meno nell’Unione Europea, avvertiamo fortissima l’esigenza di ribadire un concetto apparentemente scontato ma, al contrario, decisivo: o l’Europa si dota di un’identità forte e solidale o non avrà un domani.

Fino a una decina d’anni fa, diciamo fino alla bocciatura del referendum sulla Costituzione europea ad opera di Francia e Olanda, queste riflessioni sarebbero state giustamente riposte in un cassetto e archiviate nella cartellina delle ovvietà; a furia di rifugiarci delle nostre insulse certezze fondate sul nulla ci accorgiamo, invece, che ora stiamo rischiando seriamente di perdere l’Europa.


Questo magnifico progetto nato dalla lungimiranza dei padri del dopoguerra si sta, infatti, sgretolando sotto i colpi del populismo, del ricorrente nazionalismo, della xenofobia arrembante, della scomparsa di identità politiche chiare e definite, della crisi delle grandi famiglie tradizionali, socialismo e popolarismo, e dell’ascesa di partiti e movimenti che, anche quando esprimono proposte in parte condivisibili, difettano comunque di una cultura di governo matura e adeguata ai tempi difficili che stiamo attraversando. Oltretutto, esso sta subendo un autentico colpo di grazia in seguito a iniziative come quella assunta dal governo danese di confiscare i beni ai migranti della loro permanenza in Danimarca o quella del governo svedese di chiudere il ponte sullo stretto di Øresund (che collega la Svezia alla Danimarca) al libero transito delle persone, nella speranza, peraltro vana, di frenare i flussi migratori.

Se viene meno Schengen è la fine. Perché l’Europa o è quella dei ponti disegnati sulle banconote e contrapposti al Muro che divise le due Germanie fino al 1989 o non è. Perché pensare di fermare gli spostamenti degli esseri umani, pensare di bloccare chi fugge da un inferno come quello di Madaya o di altre località siriane nelle quali ormai da tempo si muore di fame, pensare di arrestare gli sbarchi sulle nostre coste o il transito via terra lungo la rotta balcanica, seguire questa visione miope e priva di alcuna lungimiranza significa, di fatto, assassinare i princìpi stessi sui quali si fonda l’Unione Europea, primo fra tutti quel valore essenziale che è la solidarietà. E un’Europa disumana e non più solidale, in preda al terrore e alla paura del diverso, è, al tempo stesso, un’Europa debole, assente e sostanzialmente inutile intorno ai tavoli nei quali si decidono le sorti del mondo, come purtroppo si evince dalla nostra irrilevanza nella lotta all’ISIS e dalla nostra mancanza di strategia in merito alla questione russo-ucraina e alla risoluzione del tragitto del gasdotto North Stream, a proposito del quale, tanto per cambiare, l’unico paese ad avere una strategia chiara e la determinazione necessaria nel per attuarla è la Germania della signora Merkel.

Per il resto, manca proprio un’idea di futuro, manca una visione e una prospettiva, quello che un tempo si sarebbe chiamato un orizzonte, il che rischia di compromettere definitivamente le sorti delle giovani generazioni e di far arrivare al diapason un antieuropeismo pressoché sconosciuto, o comunque molto tenue, negli anni in cui venne definita la nascita della moneta unica.
E spiace dirlo, ma a mancare tragicamente sono soprattutto i governi, sempre più spaventati dalla difficoltà di conservare il consenso in una fase storica di crisi generalizzata e indotti dalla paura a compiere scelte sbagliate, come quella di Hollande in merito ai cittadini con doppia nazionalità sospettati di terrorismo (cui, in base alla proposta sua e di Valls, verrebbe tolta la cittadinanza francese, in barba all’uguaglianza dei diritti, al punto che il ministro della Giustizia Christiane Taubira ha manifestato pubblicamente il proprio scetticismo) o quella dell’esecutivo italiano di sospendere l’operazione Mare Nostrum promossa da Letta in seguito alla strage al largo delle coste lampedusane del 3 ottobre 2013.

Non saranno le risposte avventate e le soluzioni di piccolo cabotaggio a salvare e rilanciare l’Europa: occorre che questo valore diventi un’ideologia, nel senso migliore e più nobile del termine, una prospettiva condivisa, una ragione di vita e un principio imprescindibile per tutti coloro che si affacciano alla politica, a cominciare dalla mia generazione che più di ogni altra ha avuto modo di toccare con mano i vantaggi derivanti dall’abbattimento delle barriere di un tempo e dall’affermarsi di quella società multietnica che sola può ricongiungere le due sponde del Mediterraneo e restituirci un ruolo e una centralità in un secolo multipolare. Valorizzare le diversità e impegnarci a fondo per la diffusione di un dibattito pubblico europeo, dunque, non è solo positivo sul piano etico ma assolutamente imprescindibile dal punto di vista politico, economico e geo-strategico.

 

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