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Incidente Spagna. Quando muoiono i sogni di una generazione

ROMA – Stavolta è tutto più assurdo che mai: è assurdo perché non c’è nemmeno un nemico da attaccare, un terrorista contro cui scagliarsi, un governo impresentabile al quale chiedere spiegazioni, un sospetto, un mistero, una battaglia da compiere per cercare verità e giustizia.

Stavolta è tutto drammaticamente chiaro, direi quasi lapalissiano: un pullman vecchio e malandato, un conducente probabilmente stanco, una sbandata di ritorno da una festa che segna la fine dell’inverno e una primavera della vita che si spegne in coincidenza con l’inizio di quella astrologica, come se un’atroce legge del contrappasso si fosse abbattuta su quelle vite e avesse deciso di stroncarle mentre erano al culmine della gioia e ricche di sogni, progetti e idee per il futuro.
E qui, con lo spirito di uno scrittore o di un abile sceneggiatore, verrebbe voglia di immaginare come sarebbero continuate queste esistenze consacrate allo studio e allo sguardo aperto sul mondo se uno schianto mortale non le avesse spezzate in un maledetto giorno di marzo.
Verrebbe voglia di immaginarle in una corsia d’ospedale o alla guida di un’importante istituzione economica; verrebbe voglia di pensare a che genere di madri sarebbero state e cosa avrebbero raccontato ai propri figli di quest’esperienza; ma, soprattutto, verrebbe voglia di sapere cosa ne pensassero di quest’Europa che avevano deciso di abbracciare, di scoprire, di andare a conoscere per sentrirsene pienamente cittadine e protagoniste.
Verrebbe voglia di interrogarsi sul domani e di chiedersi come sia possibile tutto questo, quale disegno ci sia dietro, per quale motivo stiamo assistendo a questo stillicidio di perdite di ragazzi di straordinario valore, quale oscuro sortilegio si sia abbattuto sul Vecchio Continente e magari ci accorgeremmo che, per quanto stavolta si tratti davvero solo di una disgrazia, anch’essa è figlia di una certa concezione del lavoro e del modello di sviluppo.
Perché il colpo di sonno, l’errore umano, la vecchiaia di un mezzo di trasporto sono tutti elementi ai quali è difficile porre rimedio; tuttavia, è altrettanto vero che bisognerebbe cercare in ogni modo di evitare che si metta alla guida un conducente non perfettamente riposato, magari al volante di un autobus logoro per l’eccessivo utilizzo.
E a rimetterci, all’improvviso, è stata in questo caso quella che, un po’ pomposamente, chiamiamo la “Meglio gioventù”, ossia ragazzi come noi, con la nostra stessa sete di futuro, le nostre stesse ambizioni, il nostro stesso desiderio di mettersi in gioco, di capire, di aprirsi, di formarsi un’opinione adeguata ai tempi complicati che stiamo attraversando.
Non chiedevano altro che la possibilità di vivere in un’Europa caratterizzata da ponti anziché da muri, i ragazzi che hanno perso la vita mentre stavano svolgendo una delle esperienze più formative di cui si sia dotato il Vecchio Continente; non chiedevano altro che un po’ di spensierata felicità, che l’ampliamento dei propri confini, che la scomparsa di tutte le barriere e la conquista di nuovi orizzonti; probabilmente, la loro più grande aspirazione era proprio quella di essere cittadini del mondo e di comprendere senza pregiudizi le ragioni dell’altro, mettendo in discussione i dogmi, i tabù e l’inaudita grettezza con la quale siamo chiamati a fare i conti in questa stagione di continui cedimenti sui valori e sui princìpi.
Una generazione che era la quintessenza del progetto politico dei padri del dopoguerra; una generazione colta, propositiva, profonda; una storia interrotta, un’idea spezzata, famiglie distrutte dal dolore e un’Europa sempre più sola, in preda a populismi e meschinità di varia natura, senza che i suoi più convinti sostenitori possano difenderla.
Per questo, su quel pullman, siamo morti un po’ anche noi.

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