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Lettera a Bersani sulla sinistra che verrà

Caro Pierluigi,

all’inizio pensavo di scrivere un post su Facebook, una di quelle riflessioni brevi che si condividono con gli amici o si gettano nel mucchio delle analisi da social network giusto per marcare la propria presenza, per far sapere a tutti che si è visto un determinato programma, che si è parte di una storia, che si è d’accordo o in disaccordo; pensavo tutto questo ma a un certo punto ho sentito qualcosa dentro di me, una voce interiore che mi diceva che giovedì sera, da Formigli, non c’era il Bersani dimesso e sottotono degli ultimi anni, remissivo e incapace di reagire adeguatamente alla devastazione di un’esperienza gloriosa della quale, ormai, è rimasto poco o nulla, anche per via delle troppe occasioni di riscatto perdute dal febbraio 2014 in poi da una sinistra dem oggettivamente prigioniera di una mancanza di coraggio che l’ha portata a commettere tutti gli errori possibili e immaginabili.

Ti scrivo, caro Pierluigi, perché poche ore prima del bel confronto televisivo fra Renzi e Zagrebelsky sul referendum costituzionale di dicembre, ho deciso di dedicare circa due ore alla visione di un film che, per dirla con Nanni Moretti, “non c’entra però c’entra”. Il film in questione si intitola “Pelé” e racconta la fase iniziale della carriera della leggenda del calcio che tutti conosciamo e dalla quale tutti siamo rimasti incantati, grazie alle sue acrobazie, ai suoi colpi spettacolari, alla sua classe cristallina, al suo talento irripetibile e ad alcune esibizioni di forza e di autentica grandezza morale cui abbiamo assistito quando giocava e che abbiamo continuato ad amare anche quando, per sopraggiunti limiti di età, ha appeso gli scarpini al chiodo. Ebbene, ciò che pochi sanno è che anche il grande Edson Arantes do Nascimento, prima di diventare una leggenda, ha dovuto combattere e sconfiggere non pochi pregiudizi, tra cui quello legato al suo modo di giocare, considerato primitivo e inadeguato dai suoi primi allenatori, in quanto ispirato alle movenze tipiche della “ginga”: il passo fondamentale della “capoeira” che i brasiliani sono soliti applicare al calcio e che affonda le proprie radici nello spirito orgoglioso e ribelle degli schiavi africani deportati in Brasile dai colonizzatori europei per poi essere trasferito sul campo dai loro discendenti, tanto da farne un ballo col pallone tra i piedi che in dodici anni, dal ’58 al ’70, ha condotto la Nazionale verdeoro alla conquista di ben tre titoli mondiali. 

Accadde, infatti, che dopo la sconfitta casalinga al Mondiale del ’50 contro l’Uruguay, lo stile “ginga” venne bandito e chiunque si azzardasse a praticarlo veniva pesantemente critcato, in quanto il Paese, sconvolto e sfiduciato, riteneva che l’unico modo per vincere fosse quello di svendere l’anima e adottare lo stile agonistico e privo di fronzoli e di bellezza proprio degli europei. 

Fu Pelé, con la sua classe inimitabile e la sua testardaggine nel non volersi rassegnare a un destino già scritto e a un modo di intendere il calcio e la vita che gli sembrava innaturale e inadatto alla propria nazionale e al carattere gioioso e vivace dei brasiliani, fu Pelé, dicevamo, a convincere prima Lula, l’allenatore del Santos, e poi Feola, il commissario tecnico del Brasile, nonché tutti i suoi compagni, compreso il ritroso Altafini, che una squadra può vincere e diventare grande solo se ritrova se stessa, se riscopre le proprie origini e se non umilia le proprie tradizioni, la propria cultura e i propri valori.

Non so perché ti scrivo tutto questo, perché mescolo registri apparentemente inconciliabili, perché compio questa commistione forzosa fra calcio e politica, spettacolo e referendum costituzionale, ma forse un bandolo in questa intricata matassa c’è ed è questo: l’epopea del più grande calciatore di tutti i tempi mi ha fatto tornare in mente la vicenda del partito al quale sono stato iscritto per tanti anni, del quale tu sei stato segretario, del quale una comunità si e sentita parte, nel quale, al netto di tutti i suoi non pochi limiti, abbiamo creduto col cuore e per il quale abbiamo dato l’anima. Mi è tornato in mente tutto questo e ho ripensato alle tue metafore, a quella “mucca nel corridoio” che solo un incosciente può ostinarsi a non vedere, alla necessita di ricostruire insieme una sinistra degna di questo nome e al bisogno assoluto di tornare a praticare la “ginga”, ossia di tornare a usare le nostre parole, a rivendicare la nostra identità, a professare i nostri valori, a costruire e ad ampliare spazi di dialogo e di confronto, a guardare negli occhi il dolore e la sofferenza degli ultimi e, ciò che è più importante, a non partire già arresi, specie adesso che il modello sociale, politico ed economico che ha egemonizzato l’ultimo trentennio batte in ritirata in ogni angolo del mondo, al punto che la Clinton è costretta a travestirsi da Sanders per non andare incontro a una sicura sconfitta contro il populista bancarottiere Trump.

Ti scrivo perché, caro Pierluigi, perché, che vinca il SÌ o che vinca il NO, Renzi la Coalizione della Nazione con quel che resta della destra ex berlusconiana la creerà comunque mentre a noi spetterà l’ingrato ma imprescindibile compito di restituire speranza e fiducia in se stessi a coloro che oggi latitano sul fondo della società, immersi in una disperazione che deriva soprattutto dallo sconforto di non sentirsi compresi né rappresentati da nessuno. 

E come in Svezia, durante il Mondiale del ’58, in nome dell’interesse comune, svanì la rivalità fra Altafini e Pelé, credo che sia giunto il momento di guardarci negli occhi, mettere da parte le incomprensioni del passato e ritrovarci, tutti insieme, per condividere la prospettiva di un avvenire migliore, per ribellarci a un destino già scritto, per salvare la Costituzione da quest’ennesimo, vergognoso attacco e, più che mai, per tornare a sentirci una collettività in cammino, al crepuscolo della barbarie individualista che ci ha indotto a rintanarci ognuno nella propria abitazione, fino a sentirci tutti soli, fragili e in balia di una maledizione che era in realtà dentro di noi, nella nostra incapacità di affrontarla e di immaginare una storia diversa. 

Semplicemente, caro Pierluigi, ci siamo vergognati troppo a lungo di noi stessi. Fino a giovedì sera, quando all’improvviso ho ascoltato nuovamente il segretario dal quale ho imparato ad amare la politica e, in particolare, a comprenderne l’importanza e il ruolo sociale.

Con stima

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