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Dionigi Tettamanzi: un uomo buono

Dionigi Tettamanzi, brianzolo di Renate, scomparso stamane all’età di ottantatré anni, non è stato solo un protagonista del panorama ecclesiastico dell’ultimo mezzo secolo nonché il successore di Carlo Maria Martini alla guida della diocesi di Milano: è stato soprattutto un uomo buono, cosa assai rara di questi tempi. 

Era dotato, infatti, non solo di una cultura profondissima, che andava ben al di là dei semplici argomenti teologici e degli studi legati alla morale, alla bioetica e alla famiglia, ma anche di una straordinaria curiosità che abbracciava le grandi questioni del presente: dalla povertà all’emarginazione sociale, dall’esclusione degli ultimi e dei deboli alle chiusure e ai muri innalzati da una politica che il cardinale accusava di aver smarrito la virtù del dialogo. 

Forte della tradizione meneghina e dell’esempio di predecessori del calibro di Schuster, Montini, Colombo e del già menzionato Martini, Tettamanzi non ha mai smesso di farsi partecipe del dolore delle periferie della nostra società, con una predicazione umile, sobria e sempre all’insegna della misericordia nei confronti di tutti coloro che subiscono abitualmente torti, angherie e rifiuti. 

Un precursore di papa Francesco, dunque, al pari del suo ispiratore spirituale, ovvero quel Martini in odore di santità il cui magistero è stato e rimarrà un punto di riferimento non solo per la diocesi milanese ma per la Chiesa nel suo complesso; un uomo coltissimo, dolce e perbene; un mite, il cui fisico non certo imponente riuscì, tuttavia, a sostituire degnamente la figura maestosa, in tutti i sensi, di un pastore amatissimo e in grado di opporsi, con vigore, alle degenerazioni della Milano da bere e della pessima politica che la contraddistinse. 

Tettamanzi, al pari di Martini, fu contrastato, osteggiato, considerato un uomo di parte e visto come il fumo negli occhi da quegli esponenti politici di una certa destra milanese che, come lasciava intendere attraverso la sua predicazione, si servono abitualmente della cattiveria e della barbarie al fine di lucrare voti. 

Seppe tenere testa, inoltre, anche alle invidie e ai colpi bassi che gli piovvero addosso dalla frangia più conservatrice del suo stesso mondo, la quale non apprezzò mai l’operato e i metodi di questo sacerdote rimasto umile nonostante gli onori ricevuti. 

Era un professore, dotato della mitezza tipica dei docenti illuminati e della tenacia propria dei sognatori indomiti. Era, però, anche una personalità cui non pesava sporcarsi le mani, battersi in prima persona e prendere le difese dei rom e di altre categorie perseguitate, ben cosciente delle conseguenze delle sue azioni e di ciò che esse avrebbero comportato lungo il suo percorso e lungo il cammino, tutt’altro che agevole, della sua comunità. 

“La mia bussola è la parola del Vangelo e le esigenze profonde stampate in ogni persona” asserì, quando venne esortato a replicare alle accuse e alle ingiustizie subite. 

Un galantuomo armato solo del Vangelo, della sua fede, del suo coraggio e di una forza d’animo fuori dal comune: questo era Dionigi Tettamanzi, e oggi che è tornato alla Casa del Padre ricordarne l’umanità è un buon modo per contrapporre il suo esempio morale alla disumana indecenza che scorre ogni giorno sotto i nostri occhi.

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