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Usain Bolt e l’umanità della sconfitta

Prima di scrivere questo commiato da uno dei più grandi velocisti della storia dell’atletica leggera, mi sono voluto andare a rivedere i filmati dei giorni del trionfo, quando otto anni fa, a Berlino, incantò il mondo con due record, sui cento (9″ 58) e sui duecento (19″ 19) metri, che ancora oggi resistono e che probabilmente sono destinati a durare molto a lungo.  

Ho voluto gustarmi nuovamente quel ragazzone giamaicano che si affacciò alla ribalta con un modo di fare irriverente, non dissimile da quello del Muhammad Alì dei tempi d’oro, mettendo in chiaro sin dall’inizio che eravamo entrati in una nuova era e che lui ne sarebbe stato il protagonista. 

Ora quell’epoca si è conclusa: il dominus è stato spodestato dal trono e la vittoria dell’americano Justin Gatlin, seguito dal connazionale Christian Coleman, nella finale dei cento metri, ha messo a nudo l’impietoso scorrere del tempo per un fuoriclasse tradito più dalla carta d’identità che dagli infortuni e dal sorgere dei primi acciacchi. Semmai, diciamo che questi ultimi sono stati una conseguenza del suo invecchiamento, tutt’altro che precoce e tutt’altro che privo di slancio, di grinta e di passione, considerando che l’intero stadio di Londra si è alzato in piedi per tributare il doveroso omaggio ad un campione ormai giunto al passo d’addio. 

Certo, ci sarebbe piaciuto salutarlo con la medaglia d’oro al collo e le note dell’inno della Giamaica a scandire l’abbassarsi del sipario; certo, possiamo dire anche noi di aver provato rabbia, e persino un po’ di risentimento, nei confronti del pur bravissimo Gatlin, reo di aver usurpato il regno del nostro eroe generazionale; certo, ci auguriamo di cuore che il “vecchio” Usain ci ripensi e magari provi a tornare in pista per un ultimo, disperato assalto al cielo, nel tentativo di rinverdire la meraviglia dei giorni che furono; certo, ci piacerebbe, ma sappiamo anche che non sarebbe giusto. Non sarebbe giusto perché, più passa il tempo, più le cose non potrebbero che peggiorare, con il divario d’età rispetto agli avversari che giocherebbe sempre più a sfavore di quello che è stato un mito assoluto e che è bene che tale rimanga nell’immaginario collettivo, senza portare in scena l’ombra di se stesso per lasciarsi andare ad una recita non all’altezza. 

Usain Bolt ha bevuto con dignità l’amaro calice della sconfitta, si è fermato a quasi trentun anni e ha assistito alla sofferenza collettiva di uno stadio e di una comunità internazionale che facevano interamente il tifo per lui e che forse, proprio per questo, gli hanno messo addosso una pressione che ha finito col condizionarlo.  Onore a Gatlin e Coleman, corretti e riconoscenti nei confronti di un avversario che anche per loro, in fondo, è stato un idolo. 

Onore a Bolt e a tutta la Giamaica, terra di musiche e danze sfrenate nonché di frecce che, in futuro, potrebbero raccogliere il testimone del fuoriclasse che lascia per cercare di farne rivivere i successi e l’aura di leggenda. 

Onore allo sport che ci affascina anche quando, sostanzialmente, ci delude. 

E onore, infine, a mamma atletica, capace anche nel lutto di non fermarsi davanti alle lacrime e allo strazio ma di andare oltre, con la certezza che nulla è stato vano e che nel momento in cui si scende dal gradino più alto del podio, dopo averlo pressoché egemonizzato per un decennio, non si diventa meno grandi o meno forti ma semplicemente più umani, al cospetto di una sfida che vale l’intera carriera: accettare con serenità il proprio declino.

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