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Helenio Herrera e l’estasi del mito

Di Helenio Herrera, scomparso vent’anni fa a Venezia, all’età di ottantasette anni, ricorderemo sempre lo sguardo e il temperamento.

Severo, imperscrutabile, profondo, visibilmente concentrato sul proprio lavoro e su quel dovere di vincere che “il Mago”, come venne soprannominato durante la sua avventura interista, riteneva un principio non derogabile, egli, non a caso, soffrì moltissimo in un ambiente come quello giallorosso che, specie allora, nella seconda metà degli anni Sessanta, era assai meno abituato della Milano nerazzurra (e anche di quella rossonera) ad alzare al cielo trofei. 

Herrera fu grande perché seppe portare nel calcio italiano una ventata di novità, trasformando un universo per sua natura lunatico e incline all’anarchia come quello interista in una perfetta macchina da guerra, il cui architetto, iispiratore e costruttore fu uno spagnolo di scuola blaugrana che rispondeva al nome di Luis Suárez, probabilmente il più grande regista della scuola del calcio.

E così, nella Milano della crescita e dello sviluppo, del benessere e dell’eleganza, nella Milano dei teatri e del cabaret, dei sindaci socialisti e della cultura valorizzata e considerata una delle leve principali per favorire l’emancipazione dalla povertà e dall’esclusione sociale dei ceti più svantaggiati, in quella Milano positiva e dotata di un’anima, di un’identità e di un pensiero, il contrasto fra il “paròn” rossonero Nereo Rocco e il sergente argentino nerazzurro divenne un’altra attrattiva di non poco conto.

Herrera, infatti, aveva in sé l’estasi del mito, l’aura del predestinato, era avvolto da una sorta di misticismo, aveva un che di messianico, di ultraterreno, di sovrumano, un qualcosa che è persino difficile descrivere a parole ma che fece la differenza per tanti anni, trasformando dei ragazzi normali in campioni assoluti.

Perché in quell’Inter, è bene precisarlo, non c’erano solo i Corso, i Mazzola, i Suárez e i Facchetti, ossia fuoriclasse con pochi eguali nei rispettivi ruoli, ma anche onesti pedatori come Carletto Tagnin, il quale nell’indimenticabile notte del Prater di Vienna riuscì ad annullare un genio del calcio come Alfredo Di Stefano, pluridecorato gigante madridista, dotato di una classe pressoché ineguagliabile e assecondato da un insieme di fenomeni che avevano abbagliato l’intera Europa conquistando, nella seconda metà degli anni Cinquanta, ben cinque Coppe dei Campioni consecutive.

Se Tagnin riuscì in quell’impresa e Milani segnò il secondo dei tre gol con cui l’Inter affondò i bianchi di Spagna fu solo grazie alla caparbietà, alle massime e alla carica psicologica che il Mago riuscì a trasmettere ai suoi giocatori, facendo di essi un’armata in grado di ripetersi l’anno successivo a San Siro contro il Benefica di Eusebio e di dar vita al leggendario ciclo della Grande Inter. 

Quella meraviglia si fermò a Lisbona, nel ’67, al cospetto di un non irresistibile Celtic, e una settimana dopo a Mantova, perdendo all’ultima giornata un campionato che sembrava già vinto e che, invece, andò alla Juve del paraguaiano Heriberto Herrera, “HH2” secondo la definizione del magno Brera. 

“Accaccone” (altra definizione di Brera) ebbe profondi estimatori e convintissimi nemici, uno dei quali, Mondino Fabbri, a causa della sua inimicizia nei confronti del dominus nerazzurro, pensò bene di non puntare interamente sul blocco interista ai Mondiali inglesi del ’66, con la ben nota conseguenza di un’eliminazione ignominiosa a causa della sconfitta di Middlesbrough contro la Corea del Nord. 

Amato e odiato, divisivo come pochi altri allenatori lo sono stati, inventore di una filosofia di vita che andava ben al di là delle mere dispute pallonare e giramondo che ovunque sia andato ha lasciato tracce indelebili, Herrera era uno di quei personaggi che, probabilmente, avrebbero fatto fatica ad ambientarsi e a trovare una propria dimensione nel calcio di oggi, per il semplice motivo che aveva un temperamento e una personalità per nulla in linea con i soggetti banali e irreggimentati che vanno per la maggiore ai giorni nostri. 

Il vero erede di Herrera, sulla panchina nerazzurra, è stato Mourinho: un altro che o lo ami o lo detesti, che ha i suoi fedelissimi e coloro che, se potessero, gli farebbero lo sgambetto mentre passeggia. 

Nel caso di entrambi, è lecito parlare di pura metafisica, di un qualcosa di sovrannaturale che, per assurdo, ha trovato proprio a Milano l’ambiente giusto per dare il meglio di sé, rendendo una compagine di bohémien, fondata in un ambiente molto colto e mai affrancatasi, nel bene e nel male, dalle proprie tendenze artistiche, una falange oplitica in grado di dominare in ogni competizione. 

Il miracolo è durato poco, lo spazio di qualche stagione, ma tanto è bastato per forgiare diverse generazioni di interisti. E ai bambini di allora, oggi prossimi alla sessantina, il Mago Herrera non glielo puoi toccare, come se si trattasse di uno di famiglia; e in fondo lo era, come sono stati costretti ad ammettere, a distanza di tanti anni, anche i suoi non pochi detrattori.

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