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ROMA – Stanley Tucci, attore e regista americano di origine italiana in conferenza stampa ammette di non amare il biopic e di non credere che in due ore si possa condensare una vita, di aver preferito così entrare nella quotidianità di Alberto Giacometti attraverso un episodio significativo, col quale raccontare le sue complicate, egoistiche, relazioni sentimentali, i dubbi, le paure, la scarsa considerazione delle proprie capacità che lo portava a correggere fino all’esasperazione i suoi lavori. 

Bravissimi tutti gli elementi del cast. Geoffrey Rush (Premio Oscar per Shine, 1997) nei  panni di Alberto Giacometti è persino fisicamente somigliante. James Lord ha il corpo di Armie Hammer, già interprete di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino.

Stanley Tucci rivela qualità di ottimo regista nella traduzione del particolare per immagini, ricostruendo fedelmente l’atelier dell’artista, nel quale in ordine sparso si riconoscono le tipiche sculture di Giacometti: figure filiformi, verticali, allucinate, emblema di una precisa condizione esistenziale. Leggendo il personaggio con gli occhi di Stanley Tucci, verrebbe da pensare che la verticalità esprima la tensione a innalzarsi verso la perfezione. E, infatti, di questo parla soprattutto “Final portrait” che approfondisce un aspetto della natura artistica universale: l’insoddisfazione e l’ansia di raggiungere traguardi celestiali. Stanley Tucci nella descrizione approfondita della nascita di un quadro, ha voluto focalizzare la fatica del processo creativo, la tensione a realizzare il meglio, punteggiata di critiche estreme. Il film è anche il resoconto poetico di una nevrosi, dove Giacometti è insieme infantile, irresponsabile e magnifico.

Figlio a sua volta di un pittore, Stanley Tucci dice di aver iniziato a pensare a un film da dedicare all’artista svizzero-italiano, vissuto tra il 1901 e il 1966, dopo aver letto ormai più di venti anni fa “Un ritratto di Giacometti” di James Lord, critico d’arte americano che di passaggio a Parigi aveva accettato di posare per un suo quadro, poco tempo prima che Alberto Giacometti morisse. La testimonianza di Lord narra che Giacometti aveva parlato di uno schizzo da buttar giù in un pomeriggio, massimo due. In realtà si tradusse in un lavoro immaginato e ripensato, disegnato, corretto e ridisegnato, che indusse il critico d’arte a rimandare la partenza per ben diciotto giorni che Lord, puntando sul progetto, procrastinò a sue spese: il risultato è un quadro che vale milioni di dollari e un libro che resta.

Final Portrait – Trailer

 

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