Giovane attrice, autrice e interprete, Vita Villi rappresenta una delle voci più interessanti del nuovo teatro civile italiano. Nata a Roma e residente a Palermo, la sua storia personale è strettamente legata a un evento straordinario che le ha salvato la vita: un trapianto di fegato ricevuto quando aveva appena otto mesi.
Quel dono arrivò grazie a Giuseppe, un ragazzo di quattordici anni tragicamente scomparso in un incidente stradale. La generosità dei suoi genitori, che decisero di donare gli organi del figlio, ha permesso a Vita e ad altri giovani pazienti di continuare a vivere. Una scelta che ancora oggi rappresenta un esempio concreto di solidarietà e speranza.
Dopo aver frequentato corsi di recitazione e aver lavorato con registi del calibro di Pupi Avati, Vita Villi ha sviluppato un percorso artistico che unisce teatro, cinema e impegno sociale. Oggi è anche portavoce del CRT – Centro Regionale Trapianti della Sicilia, incontrando studenti nelle scuole e nelle università italiane per sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza della donazione degli organi.
“Solo una donna, Felicia Impastato”: il teatro come memoria e denuncia
L’intervista si è concentrata soprattutto su “Solo una donna, Felicia Impastato”, spettacolo scritto da Vita Villi quando aveva appena sedici anni. L’opera nasce dal forte legame sviluppato con la Sicilia dopo il trasferimento a Palermo per motivi sanitari e dalla volontà di approfondire una delle pagine più significative della lotta alla mafia.
Attraverso un intenso monologo teatrale, l’autrice si cala nei panni di Felicia Bartolotta Impastato, seguendone il percorso umano dall’adolescenza fino alla vecchiaia. Ne emerge il ritratto di una donna straordinaria, moglie di Luigi Impastato e madre di Peppino Impastato, il giornalista e attivista assassinato da Cosa Nostra il 9 maggio 1978.

Il coraggio di Felicia Bartolotta tra tragedia greca e memoria civile
Lo spettacolo costruisce un efficace dialogo tra cronaca storica e teatro classico. Ambientato nella Cinisi degli anni Trenta, racconta l’evoluzione di Felicia dall’entusiasmo della giovinezza fino alla tragedia che segnerà per sempre la sua esistenza.
Il 9 maggio 1978, mentre l’Italia è sconvolta dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro, Peppino Impastato viene assassinato per ordine mafioso. Per anni il suo omicidio verrà depistato e presentato come un atto terroristico. Sarà proprio la tenacia della madre a impedire che la verità venga sepolta.
La regia è firmata da Miriam Mesturino. Sul palco, accanto a Vita Villi e Davide Diamanti, si esibiscono i giovani artisti del Germana Erba’s Talent, che interpretano il coro ispirato alla tradizione delle tragedie greche: Alessia Cargnin, Camilla Frison, Denise Moraglia, Rebecca Paola Fiorillo, Gianluca Procida e Mattia Tarantino.
Particolarmente suggestiva è la presenza del “cantastorie”, interpretato da Il Solito Dandy, già noto al grande pubblico per la partecipazione a X Factor. L’artista firma e interpreta le musiche originali dello spettacolo, tra cui la toccante “Ninna Nanna”.
Felicia Impastato, una donna diventata simbolo della lotta alla mafia
La vicenda di Peppino Impastato è ormai parte integrante della memoria collettiva italiana. Il merito di “Solo una donna, Felicia Impastato” è però quello di spostare l’attenzione sulla figura materna che ha reso possibile la ricerca della verità.
Felicia Bartolotta viene raccontata prima ancora che come simbolo antimafia: come donna, moglie e madre. Una figura che, dopo l’assassinio del figlio, ha dedicato oltre quarant’anni della propria vita alla ricerca della giustizia, contribuendo in maniera decisiva all’individuazione delle responsabilità mafiose e all’incriminazione di Gaetano Badalamenti, considerato il mandante dell’omicidio.
Oggi Felicia Impastato è ricordata anche nel “Giardino dei Giusti” di Milano, luogo simbolico dedicato a coloro che hanno difeso i valori della libertà, della giustizia e della dignità umana.
Attraverso il teatro di Vita Villi, la sua storia continua a parlare alle nuove generazioni, ricordando che il coraggio può nascere anche dalla fragilità e che, prima di diventare un simbolo, Felicia fu semplicemente – e straordinariamente – una donna.
