Attività fisica: l’esercizio entra nella terapia contro il cancro

Dalla chemioterapia alle terapie ormonali per tumore della mammella e della prostata, le evidenze scientifiche stanno cambiando il ruolo dell’attività fisica in oncologia. Non più soltanto uno strumento per recuperare dopo le cure, ma un intervento capace di contrastare fatigue, perdita muscolare, alterazioni metaboliche e riduzione della capacità cardiovascolare.

Il trial internazionale CHALLENGE ha inoltre aperto una nuova prospettiva, mostrando nel carcinoma del colon un miglioramento della sopravvivenza libera da malattia dopo la chemioterapia.

Per decenni al paziente oncologico è stato implicitamente suggerito di riposare, limitare gli sforzi e aspettare la fine delle terapie prima di riprendere una normale attività fisica. La ricerca scientifica degli ultimi anni ha progressivamente ribaltato questa impostazione.

Oggi l’esercizio fisico durante e dopo le cure oncologiche viene studiato come una vera componente della medicina di supporto. Le evidenze più solide riguardano la riduzione della fatigue, il mantenimento della massa e della forza muscolare, la capacità cardiorespiratoria, la funzionalità fisica e la qualità della vita. Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano infatti esercizio aerobico e di resistenza durante i trattamenti oncologici attivi, quando le condizioni cliniche lo consentono.

La questione diventa ancora più interessante quando si analizzano le terapie ormonali oncologiche, perché alcuni dei loro effetti collaterali – perdita muscolare, aumento della massa grassa, riduzione della densità ossea, dolori articolari, alterazioni metaboliche e fatigue – sono precisamente quelli sui quali l’esercizio può intervenire.

Dalla riabilitazione alla “exercise oncology”

Si sta quindi sviluppando una disciplina specifica, definita internazionalmente exercise oncology, che studia come prescrivere e adattare l’esercizio alla diagnosi, alla fase della malattia, alla terapia e alle caratteristiche individuali del paziente.

Il principio fondamentale è importante: parlare di esercizio oncologico non significa semplicemente dire al paziente di “fare sport”.

Significa utilizzare attività aerobica, esercizi di forza, mobilità e programmi combinati con intensità e progressione definite sulla base delle condizioni cliniche.

L’American College of Sports Medicine ha da tempo concluso che l’esercizio durante e dopo numerosi trattamenti oncologici può essere sicuro e migliorare funzione fisica, qualità della vita e fatigue. Il consenso internazionale successivo ha rafforzato il concetto di programmi costruiti specificamente sulla persona e sugli effetti della terapia.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha tuttavia evidenziato un problema ancora aperto: molte linee guida sull’attività fisica nel paziente oncologico rimangono generiche. La nuova frontiera consiste pertanto nel passare dal consiglio universale “muoversi di più” alla prescrizione personalizzata dell’esercizio oncologico.

Chemioterapia e attività fisica: perché muoversi può aiutare

Durante chemioterapia e radioterapia il paziente può sperimentare fatigue, perdita della capacità cardiorespiratoria, riduzione della forza e progressivo decondizionamento.

Il riposo assoluto, salvo precise indicazioni cliniche, può innescare un circolo vizioso: meno movimento determina ulteriore perdita di capacità funzionale, rendendo sempre più faticose anche le normali attività quotidiane.

Secondo ASCO, l’esercizio durante il trattamento può ridurre la fatigue e preservare capacità cardiorespiratoria, funzionalità e forza. In alcune popolazioni sono stati osservati anche miglioramenti della qualità della vita, dell’ansia e dei sintomi depressivi.

Non significa che tutti debbano seguire lo stesso programma. Anemia importante, rischio di cadute, neuropatie periferiche, metastasi ossee, problemi cardiaci, infezioni, condizioni ematologiche particolari o conseguenze della chirurgia possono richiedere adattamenti e supervisione.

Il concetto scientificamente corretto è quindi esercizio personalizzato e clinicamente compatibile, non esercizio indiscriminato.

Il caso CHALLENGE: quando l’esercizio arriva a incidere sulla sopravvivenza

Una delle svolte più importanti è arrivata nel 2025 con la pubblicazione sul New England Journal of Medicine dello studio internazionale CHALLENGE, coordinato da Kerry Courneya e Janette Vardy insieme a un ampio gruppo internazionale di ricercatori.

Lo studio randomizzato di fase 3 ha coinvolto 889 pazienti, trattati in 55 centri, prevalentemente in Canada e Australia, con carcinoma del colon di stadio III o stadio II ad alto rischio. Dopo intervento chirurgico e completamento della chemioterapia adiuvante, i partecipanti sono stati assegnati a un programma strutturato di esercizio della durata di tre anni oppure a un gruppo che riceveva materiale educativo sulla salute.

A un follow-up mediano di 7,9 anni, i risultati sono stati notevoli.

La sopravvivenza libera da malattia a cinque anni è risultata pari all’80,3% nel gruppo esercizio contro il 73,9% nel gruppo di controllo, una differenza assoluta di 6,4 punti percentuali.

L’hazard ratio per recidiva, nuovo tumore primario o morte è stato 0,72, corrispondente a una riduzione relativa del rischio del 28%.

Ancora più interessante il dato sulla sopravvivenza globale: a otto anni risultava vivo il 90,3% dei pazienti sottoposti al programma di esercizio contro l’83,2% del gruppo di controllo. L’hazard ratio per mortalità è stato 0,63.

Il risultato deve essere interpretato correttamente. CHALLENGE ha studiato pazienti con carcinoma del colon che avevano già completato la chemioterapia adiuvante e non dimostra automaticamente lo stesso beneficio oncologico per qualsiasi tumore o trattamento.

Rappresenta tuttavia una delle prove più forti disponibili sul fatto che l’esercizio strutturato possa andare oltre il semplice miglioramento del benessere.

Perché l’esercizio potrebbe influenzare anche la biologia tumorale

La ricerca sta cercando di comprendere i meccanismi attraverso i quali l’attività fisica potrebbe modificare l’ambiente biologico nel quale il tumore nasce, cresce o recidiva.

Le ipotesi coinvolgono diversi sistemi contemporaneamente: metabolismo del glucosio e sensibilità insulinica, IGF e fattori di crescita, infiammazione cronica, adiposità viscerale, ormoni steroidei, funzione immunitaria e composizione corporea.

La IARC sottolinea da tempo il possibile coinvolgimento di resistenza insulinica, fattori di crescita, adipocitochine, ormoni steroidei e funzione immunitaria nel rapporto fra attività fisica e cancro.

L’esercizio non deve quindi essere descritto come una sorta di farmaco antitumorale universale. Più correttamente, modifica numerosi sistemi fisiologici che possono contribuire alla salute dell’organismo e potenzialmente influenzare anche l’ambiente nel quale si sviluppa la malattia.

Tumore al seno e terapia ormonale: il problema degli inibitori dell’aromatasi

Un caso particolarmente interessante riguarda le donne con carcinoma mammario ormono-sensibile trattate con inibitori dell’aromatasi.

Questi farmaci sono fondamentali nella terapia endocrina ma possono determinare dolori articolari, rigidità, debolezza muscolare e perdita di massa ossea. In alcune pazienti la sintomatologia muscoloscheletrica può diventare così importante da interferire con la qualità della vita e con l’aderenza alla terapia.

Uno storico studio randomizzato su 121 donne con artralgie associate agli inibitori dell’aromatasi ha valutato un programma composto da 150 minuti settimanali di esercizio aerobico e due sedute di allenamento della forza. Il trial ha contribuito a dimostrare che l’esercizio può essere utilizzato per contrastare questa sintomatologia.

La ricerca continua. Un trial randomizzato pubblicato nel 2025 ha studiato 136 donne in post-menopausa con carcinoma mammario in terapia con inibitori dell’aromatasi, confrontando sei mesi di esercizio aerobico moderato con le cure abituali, proprio per comprendere meglio l’impatto sui sintomi muscoloscheletrici.

C’è poi il capitolo dell’osso. Una posizione internazionale aggiornata sulla perdita ossea associata agli inibitori dell’aromatasi raccomanda di considerare l’esercizio fisico all’interno della strategia complessiva di protezione scheletrica, insieme alla valutazione della densità minerale ossea e, quando indicato, alle terapie farmacologiche e all’adeguato apporto di calcio e vitamina D.

Tumore della prostata: l’esercizio contro gli effetti della deprivazione androgenica

Il modello forse più evidente dell’interazione tra terapia ormonale e attività fisica riguarda il carcinoma della prostata trattato con androgen deprivation therapy, ADT.

Ridurre l’azione del testosterone è una strategia oncologica fondamentale, ma ha conseguenze sistemiche.

La terapia può favorire perdita di massa muscolare, incremento della massa grassa, riduzione della forza, fatigue, deterioramento metabolico e perdita di densità ossea.

Dati recenti mostrano quanto possano essere rilevanti queste modificazioni. Nello studio BONENZA, su pazienti con carcinoma prostatico metastatico ormono-sensibile trattati con ADT ed enzalutamide, dopo 18 mesi la massa grassa è aumentata del 22,8%, mentre la massa magra è diminuita del 6,7%.

È esattamente in questo contesto che l’esercizio di resistenza assume particolare importanza.

Un trial randomizzato finlandese pubblicato nel 2025 ha studiato pazienti con tumore della prostata localizzato o metastatico sottoposti ad ADT di lunga durata. Tre mesi di esercizio supervisionato hanno determinato miglioramenti significativi della forza muscolare e del benessere emotivo, senza eventi avversi durante il periodo di esercizio.

Un’altra ricerca ha mostrato come pazienti che iniziavano ADT ed enzalutamide senza esercizio supervisionato andassero incontro a una riduzione della capacità cardiorespiratoria, mentre il gruppo sottoposto ad allenamento migliorava forza delle gambe e capacità funzionale.

Le nuove ricerche: quale esercizio funziona meglio?

La domanda scientifica sta dunque cambiando. Non si tratta più soltanto di stabilire se l’esercizio faccia bene, ma quale esercizio, con quale intensità, in quale momento della terapia e per quale paziente.

Una recente network meta-analysis dedicata agli uomini sottoposti ad ADT ha analizzato 22 studi randomizzati per complessivi 1.579 pazienti. I risultati indicano benefici dell’esercizio sulla salute cardiometabolica e sulla fatigue; l’allenamento di resistenza emerge con particolare interesse per il controllo della massa grassa, mentre programmi domiciliari combinati aerobici e di resistenza mostrano risultati favorevoli sulla fatigue.

Un’ulteriore network meta-analysis, comprendente 54 trial randomizzati e 3.522 partecipanti, ha rilevato miglioramenti di forza, composizione corporea, fatigue, capacità aerobica e qualità della vita. I risultati suggeriscono inoltre che modalità differenti possano essere più efficaci per obiettivi differenti: resistance training per forza, attività aerobica per massa grassa e programmi combinati per fatigue.

Un dato è particolarmente importante: una meta-analisi sul tumore della prostata non ha riscontrato modificazioni significative dei livelli di PSA o testosterone attribuibili all’esercizio. Ciò contribuisce a rassicurare sul fatto che i benefici dell’attività fisica non sembrano derivare dall’interferenza con l’obiettivo endocrino della terapia.

Aerobica e pesi: perché servono entrambi

Le evidenze disponibili stanno facendo emergere un modello combinato.

L’attività aerobica – cammino sostenuto, cyclette, tapis roulant e attività analoghe – interviene soprattutto sulla capacità cardiorespiratoria, sul metabolismo, sul controllo del peso e sulla fatigue.

L’esercizio contro resistenza, effettuato con pesi, macchine, elastici o carichi adeguati, è invece particolarmente importante per contrastare perdita di forza e massa muscolare.

Nelle terapie endocrine questa distinzione diventa cruciale. Un paziente che perde massa magra e contemporaneamente aumenta la massa grassa può mantenere un peso apparentemente simile sulla bilancia mentre la sua composizione corporea peggiora sensibilmente.

Per questo la valutazione oncologica del futuro potrebbe guardare sempre meno al solo peso corporeo e sempre più a massa muscolare, massa grassa, forza, capacità funzionale e fitness cardiorespiratorio.

Quanto esercizio durante le cure oncologiche?

Non esiste una prescrizione valida indistintamente per tutti i pazienti.

L’OMS indica generalmente per gli adulti, comprese le persone che vivono con condizioni croniche quando possibile e in assenza di controindicazioni, un obiettivo di attività fisica regolare; le evidenze epidemiologiche mostrano inoltre una relazione favorevole tra livelli maggiori di attività dopo la diagnosi e diversi outcome oncologici.

In oncologia attiva, tuttavia, il programma deve essere adattato.

Per la gestione della fatigue, l’aggiornamento ASCO–Society for Integrative Oncology richiama evidenze favorevoli per attività aerobica moderata almeno tre volte alla settimana, programmi combinati aerobici e di resistenza due-tre volte alla settimana oppure allenamento di resistenza due volte alla settimana.

L’obiettivo non è trasformare il paziente oncologico in un atleta, ma evitare il decondizionamento e mantenere il più possibile forza, autonomia e capacità metabolica.

Quando l’attività fisica deve essere controllata

“L’esercizio è medicina” non significa che possa essere prescritto senza anamnesi e valutazione.

Particolare attenzione è necessaria nei pazienti con metastasi ossee, anemia importante, trombocitopenia, neuropatie periferiche severe, elevato rischio di caduta, cardiotossicità, patologie cardiovascolari, febbre o infezioni acute, dolore non controllato e nelle fasi immediatamente successive a determinati interventi chirurgici.

Anche l’allenamento con sovraccarichi deve essere adattato quando esiste un rischio scheletrico.

ASCO sottolinea infatti che alcuni pazienti possono esercitarsi autonomamente, mentre altri necessitano di programmi supervisionati, riabilitazione oncologica o professionisti con competenze specifiche nell’esercizio applicato al cancro.

Il futuro: l’esercizio prescritto come un trattamento di supporto

Il passaggio culturale più importante riguarda probabilmente il modo in cui consideriamo l’attività fisica.

Nel futuro prossimo la domanda durante una visita oncologica potrebbe non essere soltanto quali farmaci assume il paziente, quali sono gli esami ematici o quale risposta sta ottenendo il tumore, ma anche quanta forza muscolare ha perso, quale sia la sua capacità cardiorespiratoria e quale programma di esercizio stia seguendo.

La ricerca si sta infatti spostando verso programmi sempre più personalizzati, monitorati attraverso test funzionali, dispositivi wearable e valutazioni della composizione corporea. Parallelamente vengono sviluppati protocolli specifici: nel carcinoma prostatico in ADT, per esempio, il recente progetto SPoRT-PCa-ADT sta valutando un programma progressivo di resistance training di 24 settimane, supervisionato da professionisti dell’esercizio e integrato nel percorso assistenziale oncologico.

Persino l’oncologia pediatrica sta seguendo questa direzione: nel giugno 2026 l’American College of Sports Medicine ha annunciato un nuovo consensus internazionale dedicato specificamente all’esercizio nei bambini e negli adolescenti durante e dopo le terapie oncologiche.

Attività fisica e tumori: un nuovo paradigma della medicina oncologica

La conclusione che emerge dalla letteratura scientifica è netta, ma deve essere comunicata senza esagerazioni.

L’attività fisica non sostituisce chirurgia, chemioterapia, radioterapia, immunoterapia, farmaci a bersaglio molecolare o terapie endocrine.

Può però diventare parte integrante del percorso terapeutico.

Durante le cure aiuta a contrastare fatigue, perdita della forza, deterioramento cardiorespiratorio e riduzione della qualità della vita. Nelle terapie ormonali può assumere un ruolo ancora più importante perché interviene proprio su alcune delle conseguenze metaboliche e muscoloscheletriche della soppressione ormonale.

E dopo il trattamento, il trial CHALLENGE ha fornito qualcosa che fino a pochi anni fa mancava: una prova randomizzata di alto livello secondo cui, almeno in uno specifico gruppo di pazienti con carcinoma del colon, un programma strutturato di esercizio è stato associato a una maggiore sopravvivenza libera da malattia e a risultati compatibili con un miglioramento della sopravvivenza globale.

La nuova frontiera dell’oncologia potrebbe dunque essere rappresentata da un concetto apparentemente semplice: non curare soltanto il tumore, ma preservare l’organismo che sta affrontando il tumore.

E in questa strategia il movimento non è più soltanto uno stile di vita. Sta diventando, con indicazioni, dosi, controindicazioni e programmi personalizzati, una componente della medicina oncologica di precisione.

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