Non hanno mai avuto fretta,
i miei nonni sedevano composti,
al centro del tempo.
Le mani di mio nonno
sapevano aggiustare tutto
un rubinetto, il filo spezzato
di un aquilone.
Non parlava molto, ma quando
rideva… rideva tutta la casa.
Mia nonna teneva l’ inverno
fuori dalla porta con un brodo
caldo, un grembiule di fiori,
con il rosario consumato tra le dita.
Mi chiamava con un diminutivo
che solo lei poteva usare.
Nella loro cucina il pane
non finiva mai, l’orologio
andava più piano, e io
imparavo che l’amore
non fa rumore quando entra.
Ora che la loro voce è un’eco
nella stanza, trovo le loro tracce
nel modo in cui piego una tovaglia,
nel gesto di aspettare che il caffè
salga, senza fretta.
Sono partiti leggeri, lasciandomi tutto:
due sedie vuote e le radici
salde sotto i miei piedi.


