Al Tan Tock Seng Hospital un sistema integrato nelle cartelle elettroniche analizza continuamente i parametri vitali e segnala i pazienti a rischio. L’obiettivo è riconoscere il deterioramento prima che compaiano i sintomi più evidenti e accelerare gli interventi salvavita
La lotta contro la sepsi passa sempre più dalla capacità di leggere in anticipo segnali clinici deboli, spesso difficili da riconoscere durante le prime fasi. Un’équipe del Tan Tock Seng Hospital di Singapore ha sviluppato un processo di sorveglianza che integra algoritmi predittivi nelle cartelle cliniche elettroniche, con l’obiettivo di individuare rapidamente i pazienti che potrebbero andare incontro a un deterioramento improvviso.
Il sistema analizza l’andamento dei parametri vitali e delle altre informazioni disponibili, cercando combinazioni di anomalie che, considerate singolarmente, potrebbero non apparire preoccupanti. Quando il livello di rischio supera una determinata soglia, viene generata un’allerta automatica destinata al personale sanitario.
La tecnologia non sostituisce la diagnosi del medico, ma offre uno strumento di supporto alle decisioni cliniche. Il vantaggio potenziale consiste nel ridurre il tempo che separa l’inizio del processo patologico dall’identificazione della condizione e dall’avvio delle cure.
Che cos’è la sepsi
La sepsi è una condizione potenzialmente letale provocata da una risposta disregolata dell’organismo a un’infezione. Invece di limitarsi a eliminare il microrganismo responsabile, la risposta immunitaria finisce per danneggiare tessuti e organi dello stesso paziente.
Non va quindi descritta semplicemente come “un’infezione nel sangue”. Può originare, per esempio, da una polmonite, un’infezione urinaria, addominale, cutanea o postoperatoria. I responsabili sono frequentemente batteri, ma anche virus, funghi e parassiti possono provocarla.
Quando il processo avanza, possono comparire alterazioni della circolazione, ridotta ossigenazione dei tessuti e disfunzioni a carico di reni, polmoni, cuore, fegato e sistema nervoso. Nelle forme più gravi si sviluppa lo shock settico, caratterizzato da pericolose anomalie circolatorie e metaboliche e da una mortalità elevata.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sulla base delle stime globali pubblicate nel 2020, la sepsi è stata associata a circa 48,9 milioni di casi e 11 milioni di decessi, pari a circa un quinto delle morti complessive registrate nel mondo. Quasi la metà dei casi stimati riguarda bambini con meno di cinque anni. Sono dati che, tuttavia, restano difficili da quantificare con precisione a causa delle differenze nei sistemi sanitari e nella registrazione delle diagnosi. OMS – Sepsis
Perché la diagnosi precoce è difficile
La sepsi può iniziare con manifestazioni poco specifiche: febbre oppure temperatura insolitamente bassa, aumento della frequenza cardiaca, respirazione accelerata, confusione, dolore diffuso, debolezza, riduzione della produzione di urina e abbassamento della pressione.
Questi segnali possono essere inizialmente lievi o sovrapporsi a quelli di numerose altre patologie. Negli anziani, nei neonati e nelle persone immunodepresse la presentazione clinica può essere ancora meno riconoscibile. Il paziente può quindi apparire relativamente stabile mentre è già in corso un processo destinato a compromettere uno o più organi.
Anche gli esami di laboratorio richiedono tempo e nessun singolo test è sufficiente, da solo, a confermare o escludere la sepsi in ogni situazione. La diagnosi deriva dalla valutazione integrata delle condizioni cliniche, dei parametri vitali, della funzionalità degli organi, degli esami microbiologici e dei marcatori di laboratorio.
Come funziona il sistema predittivo di Singapore
Il modello adottato dal Tan Tock Seng Hospital trasforma la cartella clinica elettronica in uno strumento di sorveglianza dinamica. L’algoritmo non osserva soltanto il valore di un parametro in un determinato momento, ma può analizzarne l’evoluzione e le relazioni con altri dati.
Variazioni della frequenza cardiaca e respiratoria, della temperatura, della pressione arteriosa, della saturazione di ossigeno o di alcuni risultati di laboratorio possono formare un profilo di rischio anche prima che vengano superate le soglie cliniche tradizionali.
L’allerta permette all’équipe sanitaria di rivalutare il paziente, cercare l’origine dell’infezione ed eseguire gli approfondimenti necessari. Se il sospetto viene confermato, i medici possono avviare più rapidamente le terapie appropriate, evitando di attendere che il quadro diventi evidente o che siano disponibili tutti i risultati microbiologici.
Il principio è quello della medicina anticipatoria: non aspettare il collasso degli organi, ma riconoscere la traiettoria che potrebbe condurre al peggioramento.
Dall’allarme alle cure contro la sepsi
La segnalazione algoritmica rappresenta soltanto l’inizio del percorso. Il trattamento deve essere personalizzato in base alla gravità del quadro, alla possibile origine dell’infezione e alle condizioni generali del paziente.
Le cure possono comprendere la somministrazione tempestiva di antimicrobici quando indicati, il prelievo di campioni per le colture, i liquidi per via endovenosa e, nei casi di ipotensione persistente, farmaci vasopressori. Possono inoltre essere necessari ossigenoterapia, ventilazione meccanica, supporto renale e interventi per eliminare la fonte dell’infezione, come il drenaggio di un ascesso o la rimozione di un dispositivo contaminato.
La rapidità è essenziale, ma deve essere accompagnata dall’appropriatezza. Un sistema predittivo non dovrebbe tradursi nella somministrazione indiscriminata di antibiotici: il loro impiego non necessario favorisce infatti l’antimicrobico-resistenza. Gli algoritmi devono aiutare a selezionare i pazienti da valutare con urgenza, lasciando la decisione terapeutica ai professionisti sanitari.
Intelligenza artificiale e sepsi: opportunità e limiti
L’impiego di algoritmi nelle cartelle elettroniche può garantire una sorveglianza continua anche nei reparti con molti pazienti. La macchina riesce a elaborare contemporaneamente numerosi dati e a riconoscere variazioni progressive che potrebbero sfuggire durante una valutazione episodica.
Questi sistemi presentano però alcuni limiti. Se sono troppo sensibili possono produrre numerosi falsi allarmi, aumentando il carico di lavoro e generando la cosiddetta “alert fatigue”, la perdita di attenzione dovuta all’eccesso di notifiche. Se risultano poco sensibili, invece, rischiano di non identificare alcuni pazienti realmente in pericolo.
Per stabilire l’efficacia del protocollo di Singapore saranno quindi importanti i dati di validazione: sensibilità, specificità, percentuale di falsi positivi, anticipo medio dell’allerta, mortalità, ricoveri in terapia intensiva e durata della degenza. Sarà inoltre necessario verificare se i risultati possano essere riprodotti in ospedali con popolazioni, organizzazioni e infrastrutture digitali differenti.
Il medico resta al centro della decisione
Il valore dell’innovazione sviluppata a Singapore non risiede soltanto nell’algoritmo, ma nell’integrazione tra tecnologia, organizzazione ospedaliera e risposta clinica. Un avviso automatico è realmente utile soltanto se raggiunge rapidamente professionisti preparati, attiva un protocollo definito e conduce a una rivalutazione tempestiva del paziente.
La prospettiva è quella di una sanità capace di passare dalla reazione alla previsione. Nel caso della sepsi, dove il quadro può evolvere velocemente e ogni ritardo può compromettere la prognosi, riconoscere alcune ore prima un deterioramento potrebbe fare una differenza decisiva.



