CRMA-1001 punta a bloccare l’attività del DNA virale senza tagliarlo. Il programma è già nella sperimentazione clinica.
L’editing epigenetico contro l’epatite B cronica cerca di rendere duraturo il controllo dell’infezione. È l’obiettivo della terapia sperimentale CRMA-1001, sviluppata da nChroma Bio. Il 21 settembre 2026 Nature Biomedical Engineering ne ha pubblicato i risultati preclinici.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2024 circa 240 milioni di persone convivevano con l’infezione cronica. Nello stesso anno l’epatite B avrebbe causato circa 1,1 milioni di morti, soprattutto per cirrosi e tumore primitivo del fegato. Gli antivirali disponibili possono rallentare il danno epatico e migliorare la sopravvivenza, ma per molte persone il trattamento deve proseguire per tutta la vita. È questo bisogno di controllo continuativo a spiegare l’interesse per strategie capaci di produrre effetti persistenti.
CRMA-1001 è progettato per applicare al DNA virale modificazioni chimiche, attraverso la metilazione, che ne riducano l’attività. L’intervento riguarda sia il DNA circolare del virus, chiamato cccDNA, sia le sequenze virali integrate nel genoma delle cellule infette. Il sistema agisce sull’utilizzo del materiale genetico, per ridurre la produzione degli antigeni e la replicazione virale senza tagliare il genoma.
Nei modelli murini, tre somministrazioni mensili hanno portato HBsAg e DNA virale sotto la soglia di quantificazione fino al 90% degli animali, a sei mesi dalla prima dose. Nei primati non umani sono emersi aumenti transitori delle transaminasi alla dose più alta. Le analisi sulle cellule umane non hanno rilevato effetti fuori bersaglio nei test effettuati. Questi dati non dimostrano una guarigione nei pazienti né escludono rischi non ancora emersi.
Per capire il valore di questa prospettiva occorre chiarire il significato di cura funzionale. Come spiega l’Università Vita-Salute San Raffaele, un obiettivo centrale è la perdita persistente dell’antigene di superficie HBsAg dopo la sospensione della terapia. Raggiungerlo rimane difficile: pesano la diversità biologica delle infezioni, la complessità della risposta immunitaria e i limiti degli strumenti con cui si misurano i serbatoi virali nel fegato.
I primi autori, con pari contributo, sono Yesseinia Anglero-Rodriguez e Qiang Xiong; l’autrice di riferimento è Jennifer L. Marlowe, di nChroma Bio. Tra gli italiani figurano Martino Alfredo Cappelluti, Matteo Conti, Lorena Donnici, Raffaele De Francesco e Angelo Lombardo. Le affiliazioni comprendono SR-Tiget dell’IRCCS San Raffaele, Istituto Nazionale di Genetica Molecolare, Università degli Studi di Milano e Università Vita-Salute San Raffaele.
Il 28 gennaio 2026, nChroma Bio ha annunciato il trattamento del primo partecipante nello studio di fase 1/2, identificato dal codice NCT07200193. La sperimentazione valuta sicurezza, tollerabilità, comportamento del trattamento nell’organismo ed efficacia in adulti con epatite B cronica, con dosi singole e multiple crescenti. Il lavoro di settembre documenta dunque le basi precliniche del programma.
La domanda decisiva sarà quanto il silenziamento possa durare e in quali pazienti possa tradursi in un beneficio. Nel frattempo, la dimensione sanitaria della sfida resta evidente: secondo l’OMS, nel 2024 soltanto il 27% delle persone con epatite B conosceva la propria condizione. Vaccinazione, diagnosi e accesso alle cure restano indispensabili anche mentre la ricerca esplora nuove possibilità terapeutiche.



