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Sciopero generale, una risposta contro le correnti di potere e le logiche neofeudali. Il governo ascolti

ROMA – Il “governo amico” precetta i ferrovieri per uno sciopero generale indetto un mese fa, che non ha nulla di selvaggio. Estremisti di ogni tipo possono agire indisturbati, il sindacato confederale deve subire da Maurizio Lupi e da Matteo Renzi un gravissimo atto di imperio.

Eppure Renzi, così pronto a rivendicare Enrico Berlinguer nel suo personale Pantheon, avrebbe dovuto imparare dalla vicenda del leader del PCI il rispetto per chi protesta, per le organizzazioni dei lavoratori, per la storia confederale. Ancor di più: il Governo a guida PD dovrebbe salutare una grande giornata di protesta organizzata non da Casa Pound, dalla Lega o dagli anarco-insurrezionalisti, ma da radicate organizzazioni popolari che sono state in ogni momento della storia dell’Italia un baluardo della democrazia. L’assenza della Cisl dallo sciopero di venerdi 12 non giustifica l’atteggiamento ottuso e prepotente delle ore scorse, né il disprezzo con cui le posizioni della CGIL e della UIL sono state accolte nelle settimane passate. Non mi stupirei se qualcuno in questa giornata volesse fomentare disordini o violenze per colpire il sindacato. Ci auguriamo che nel Governo ci sia chi si dimostri capace di ascoltare davvero le cinquantaquattro piazze di domani, e che lo stesso Renzi ci stupisca aprendo alle ragioni sociali. Non sono favorevole a atteggiamenti sommariamente liquidatori delle politiche del Governo. So quanto la crisi venga da lontano, e quanto sia necessaria una grande strategia illuminata sul futuro del Paese. Ma questa strategia ha bisogno di ascolto dei giovani a cui è negato un futuro e di chi dalla crisi è stato massacrato, della sfiducia larga verso un’Europa tedesca, interessata solo a comprare a prezzi di saldo industrie e marchi italiani di valore mondiale. Non ha bisogno, quella strategia, di una rottura con questa parte della società, certo non solo rappresentata dalla CGIL e dalla UIL, ma rappresentata certamente anche da loro. Siamo ancora in tempo per una seria apertura a queste ragioni, che smentisca chi legge nel futuro del Partito Democratico un destino neocentrista e moderato. Ma c’è poco, pochissimo tempo. Lo scandalo di Roma, che segue altre gravi vicende morali, non può dalla sinistra essere rubricato sotto la voce “mele marce”; purtroppo nasce da un gigantesco e irrisolito problema di identità, e di fondamento etico del PD, che dovrebbe essere prima di tutto il partito del lavoro. Del lavoro, non solo di quello dipendente. Del lavoro e delle forze produttive. Di tutti quelli che vorrebbero solo vedere riconosciute le proprie capacità, i propri salari, i propri margini economici, i propri meriti, e non le appartenenze a cupole, gruppi di potere, clientele. Mafia, criminalità e corruzione, come in un film sugli USA negli anni della grande crisi, prosperano laddove non ci sono diritti, ma correnti di potere e logiche neofeudali. La giornata del 12 dicembre sarà anche una risposta democratica a tutto questo. Questa risposta deve trovare presto una forte voce politica: altrimenti la rabbia in futuro potrebbe esprimersi o esplodere in forme apertamente antidemocratiche, regressive o addirittura eversive.

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