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Un governo progressista per la vera ‘agenda’ dell’Italia e dell’Europa

ROMA – Il governo che uscirà dalle urne il 24 e il 25 febbraio prossimi si dovrà  assumere la responsabilità di voltare pagina con le politiche rigoriste che hanno tagliato le gambe agli investimenti della pubblica amministrazione, vale a dire alla piu’ grande azienda di uno Stato moderno.

Disoccupazione alle stelle soprattutto tra i giovani, consumi in profondo rosso per il quarto anno consecutivo, crisi aziendali dilaganti, pressione fiscale ai massimi storici sul lavoro e sulle famiglie, metà del paese, il Mezzogiorno, riprecipitata sull’orlo del sottosviluppo, sono in Italia il triste riflesso della gestione ottusamente liberista della grande crisi finanziaria imposta all’Europa dai governi conservatori.

Al precario risanamento dei bilanci statali e alla tutela delle esposizioni dei gruppi bancari inglesi, francesi, tedeschi non sono seguite o non sono state affiancate, politiche espansive capaci di far ripartire l’economia con investimenti adeguati in opere pubbliche, reti infrastrutturali, ricerca, istruzione, energie rinnovabili, difesa dell’ambiente e del paesaggio, messa in sicurezza del territorio, valorizzazione dei beni culturali, per elencare solo i capitoli principali di quella che dovrebbe essere la vera ‘’agenda’’ dell’Italia e della Ue. Oggi l’Unione europea e’ diventata un drammatico ossimoro, per la faglia aperta da questa crisi tra i paesi che, in un’ottica assai miope, pensano di difendere gli interessi dell’industria nazionale e dei loro contribuenti scaricando i costi del risanamento finanziario su gli altri e quelli invece che vedono nel processo federativo europeo l’unico progetto credibile al quale aggrapparsi per non finire tutti, chi prima e chi dopo, come naufraghi nell’oceano tempestoso della globalizzazione dei mercati e della politica muscolare delle nuove economie.

Le prospettive finanziaria della Unione europea
Nel prossimo Consiglio europeo si riaffronterà la formulazione delle prospettive finanziarie dell’Unione nella prossima programmazione. Un blocco di paesi sta lavorando attivamente per ridurre il già esiguo contributo pari all’un per cento del Pil a scapito principalmente della politica di coesione e dell’agricoltura, due capitoli del bilancio europeo strategici per l’Italia, che dovrebbe subire dei tagli nonostante sia un contributore netto al budget di Bruxelles. L’azione diplomatica del nostro paese non può tuttavia fermarsi alla battaglia di retroguardia di salvaguardare l’attuale livello di spesa nei confronti di paesi come l’Inghilterra, che ancora si vede restituire il 75% di quanto versato alla Ue per una concessione che doveva essere del tutto transitoria e che si prolunga invece dai tempi della Thatcher.  Il prossimo governo italiano dovrà battersi per volgere la politica a sostegno del modello sociale europeo, cominciando a introdurre rapidamente, come si sta facendo con la tassazione delle transazioni finanziarie, fonti di finanziamento autonomo delle misure di sviluppo previste nell’Agenda 2020.

Gestione comune del debito e Eurobond

Occorre puntare per esempio a una gestione comune del debito, che punti all’emissione da parte della Bce di Eurobond garantiti dalle riserve auree e dai patrimoni immobiliari pubblici dei singoli paesi. Alienare, come si e’ cominciato a fare in Italia, gli immobili di proprietà dello Stato per ridurre il debito interno si traduce in questa ottica in un inutile sperpero di risorse che potrebbero essere valorizzate in ben altra misura a supporto di un’operazione finanziaria sui bond europei che potrebbe raccogliere,  a detta degli esperti, oltre mille miliardi da mettere sul piatto della crescita, a scapito della spirale rigore-recessione. Per queste ragioni il voto del prossimo febbraio acquisisce un valore storico. Solo un governo progressista che si collochi nella grande famiglia del socialisti e dei democratici europei, guidato da un leader di riconosciuta affidabilità in Europa e sul piano internazionale come Pierluigi Bersani, può dare al paese la garanzia di seguire questa prospettiva di progresso e di difesa del lavoro e dei ceti popolari.

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