Perché sempre più coppie ricorrono alla PMA? Dall’infertilità al rinvio della maternità: la riproduzione assistita sta assumendo un ruolo sempre più importante nella medicina contemporanea. In Italia aumentano coppie trattate, cicli e bambini nati, mentre a livello mondiale l’infertilità interessa circa una persona su sei
La procreazione medicalmente assistita non rappresenta più un fenomeno marginale della medicina riproduttiva. Negli ultimi decenni il ricorso a inseminazione intrauterina, fecondazione in vitro, ICSI, crioconservazione di ovociti ed embrioni e donazione di gameti è progressivamente aumentato, trasformando profondamente il modo in cui la medicina affronta l’infertilità.
Dietro questa crescita non esiste tuttavia una sola causa. L’aumento dell’età alla quale si cerca il primo figlio, l’infertilità femminile e maschile, alcune patologie dell’apparato riproduttivo, i cambiamenti sociali e lavorativi, l’evoluzione delle tecnologie di laboratorio e una maggiore possibilità di conservare gameti ed embrioni stanno contribuendo, con pesi differenti, alla diffusione della medicina della riproduzione.
Il fenomeno deve inoltre essere interpretato all’interno di un apparente paradosso demografico: mentre in molti Paesi industrializzati diminuiscono le nascite, aumenta la quota di persone che, quando decide di avere un figlio, può incontrare maggiori difficoltà biologiche nel concepimento.
Inseminazione artificiale e PMA: non sono la stessa cosa
Nel linguaggio comune viene spesso utilizzata l’espressione “inseminazione artificiale” per indicare qualsiasi tecnica utilizzata per ottenere una gravidanza con l’aiuto della medicina. Scientificamente la definizione è imprecisa.
L’inseminazione intrauterina, o IUI, è una tecnica di primo livello nella quale gli spermatozoi, opportunamente preparati in laboratorio, vengono introdotti nell’utero nel periodo prossimo all’ovulazione. La fecondazione, quindi, avviene comunque all’interno dell’organismo femminile.
La fecondazione in vitro (FIVET) prevede invece che ovocita e spermatozoi vengano messi a contatto in laboratorio. Con la ICSI, utilizzata soprattutto in determinate forme di infertilità maschile o in specifiche indicazioni cliniche, un singolo spermatozoo viene introdotto direttamente nell’ovocita.
A queste procedure si aggiungono il trasferimento di embrioni precedentemente crioconservati, la crioconservazione degli ovociti e, dove consentite, le tecniche eterologhe con gameti provenienti da donatori.
Si parla pertanto più correttamente di procreazione medicalmente assistita (PMA) o, nel contesto internazionale, di medically assisted reproduction e assisted reproductive technology.
Infertilità: un problema sanitario globale
Uno dei dati che meglio consente di comprendere le dimensioni del fenomeno proviene dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Secondo l’OMS, circa il 17,5% della popolazione adulta, approssimativamente una persona su sei, sperimenta una condizione di infertilità nel corso della propria vita. Il fenomeno non riguarda esclusivamente i Paesi occidentali: la prevalenza stimata è del 17,8% nei Paesi ad alto reddito e del 16,5% in quelli a basso e medio reddito.
L’infertilità è generalmente definita come la mancata instaurazione di una gravidanza dopo almeno dodici mesi di rapporti sessuali regolari non protetti.
Si tratta quindi di un problema sanitario di dimensione mondiale, sul quale incidono fattori biologici, clinici, ambientali, demografici e comportamentali.
Oltre 10 milioni di bambini nati grazie alla fecondazione assistita
La dimensione raggiunta dalla medicina riproduttiva emerge anche dai dati della European Society of Human Reproduction and Embryology.
Secondo ESHRE, dalla nascita nel 1978 di Louise Brown, la prima bambina concepita attraverso fecondazione in vitro, oltre 10 milioni di bambini sono nati nel mondo grazie alle tecniche di riproduzione assistita.
Soltanto in Europa, nel 2020 sono stati segnalati oltre 923 mila cicli di trattamento provenienti da 41 Paesi.
Numeri che mostrano come la PMA sia passata, nell’arco di pochi decenni, da procedura altamente sperimentale a componente strutturale della medicina riproduttiva contemporanea.
Perché aumenta il ricorso alla procreazione medicalmente assistita
Uno dei principali fattori è il progressivo spostamento in avanti dell’età in cui si cerca una gravidanza.
La fertilità femminile non rimane costante durante l’intero arco della vita riproduttiva. Con l’avanzare dell’età diminuiscono progressivamente sia la quantità sia, soprattutto, la competenza biologica degli ovociti. Dopo i 35 anni il declino diventa generalmente più evidente e si accentua ulteriormente negli anni successivi.
Questo aspetto assume particolare importanza nelle società nelle quali la maternità viene sempre più frequentemente posticipata.
Le ragioni del rinvio sono molteplici e non possono essere ricondotte a una semplice scelta individuale. Il prolungamento degli studi, l’ingresso più tardivo nel mercato del lavoro, la ricerca di stabilità professionale ed economica, il costo delle abitazioni, l’incertezza occupazionale, la difficoltà nel conciliare carriera e famiglia e la formazione più tardiva di relazioni stabili possono contribuire a spostare in avanti il progetto genitoriale.
La biologia riproduttiva, però, non si è modificata alla stessa velocità della società.
Nasce così una delle principali contraddizioni della demografia contemporanea: il momento in cui molte persone raggiungono condizioni economiche, professionali e relazionali considerate adeguate per avere un figlio può coincidere con una fase nella quale la fertilità biologica ha già iniziato a diminuire.
L’infertilità non è soltanto femminile
Un altro elemento importante riguarda il superamento dell’idea che l’infertilità sia prevalentemente un problema della donna.
Le difficoltà riproduttive possono derivare da fattori femminili, maschili, combinati oppure rimanere senza una causa chiaramente identificabile anche dopo gli accertamenti.
Tra le condizioni femminili possono essere presenti alterazioni dell’ovulazione, endometriosi, patologie tubariche, riduzione della riserva ovarica e altre condizioni ginecologiche.
Sul versante maschile possono intervenire alterazioni della concentrazione, della motilità o della morfologia degli spermatozoi, patologie dell’apparato genitale, fattori genetici, endocrini o metabolici.
ESHRE sottolinea inoltre il possibile ruolo di fattori legati allo stile di vita e alle esposizioni ambientali. Fumo, peso corporeo non adeguato e altre condizioni possono interferire con la salute riproduttiva. La ricerca sta studiando con crescente attenzione anche l’impatto di inquinanti atmosferici, sostanze chimiche ed interferenti endocrini.
Il ruolo dello stress: attenzione a non confondere causa e conseguenza
Anche lo stress psicologico viene frequentemente indicato come possibile responsabile dell’infertilità. Il rapporto è però più complesso.
Stress cronico, condizioni lavorative difficili, precarietà e incertezza economica possono influenzare comportamenti, qualità della vita, sessualità e decisioni riproduttive. Non è tuttavia scientificamente corretto attribuire automaticamente allo stress psicologico la causa dell’infertilità di una coppia.
È invece ben documentato il percorso inverso: una diagnosi di infertilità e i successivi trattamenti possono rappresentare un’importante fonte di stress emotivo.
Attese, ripetizione dei cicli, possibilità di insuccesso, costi economici, pressione sociale e aspettative familiari possono produrre un considerevole carico psicologico. Per questo la moderna medicina della riproduzione tende sempre più a considerare il supporto psicologico parte di una presa in carico multidisciplinare.
PMA in Italia: quasi 90 mila coppie trattate
I dati italiani mostrano chiaramente l’importanza raggiunta dal fenomeno.
Secondo la Relazione al Parlamento sulla procreazione medicalmente assistita 2025, pubblicata dal Ministero della Salute nel febbraio 2026 e relativa all’attività svolta nel 2023, in Italia sono state trattate attraverso tecniche di PMA 89.870 coppie.
I cicli effettuati sono stati 112.804, mentre i bambini nati vivi attraverso queste procedure sono stati 17.235.
Rispetto al 2022 tutti e tre gli indicatori sono aumentati: le coppie trattate sono passate da 87.192 a 89.870, i cicli da 109.755 a 112.804 e i bambini nati vivi da 16.718 a 17.235.
In un solo anno significa un incremento di circa il 3,1% delle coppie trattate, del 2,8% dei cicli effettuati e del 3,1% dei bambini nati vivi.
Come è cambiata la PMA italiana in poco più di dieci anni
L’analisi di lungo periodo rende ancora più evidente la trasformazione.
Nel 2012 il Registro nazionale PMA aveva censito complessivamente 93.634 cicli di trattamento in Italia. Nel 2023 i cicli sono diventati 112.804: un incremento di oltre il 20%.
Ancora più significativa è l’evoluzione del contributo della riproduzione assistita alle nascite.
Nel 2013 le tecniche di secondo e terzo livello avevano portato alla nascita di 10.217 bambini; aggiungendo i 1.970 nati attraverso tecniche di primo livello, il totale superava di poco 12 mila bambini.
Nel 2023 i bambini nati vivi attraverso il complesso delle tecniche di PMA sono stati 17.235.
Pur considerando le modificazioni intervenute nelle procedure, nella classificazione delle tecniche e nella composizione dei trattamenti, il confronto descrive un aumento dell’ordine di circa il 40% dei nati da PMA nell’arco di un decennio.
Non siamo quindi di fronte a un’esplosione improvvisa, ma a una crescita strutturale che accompagna profondi cambiamenti demografici e sanitari.
Cambiano anche le tecniche utilizzate
Un altro elemento interessante riguarda il tipo di trattamento.
Nel 2014, per esempio, l’inseminazione intrauterina rappresentava ancora una componente importante dell’attività italiana, con 23.866 cicli e 1.682 bambini nati. I dati più recenti mostrano invece il crescente peso delle procedure di secondo e terzo livello e dei trasferimenti di embrioni crioconservati.
Nel 2023, considerando l’attività con gameti della coppia, il Ministero della Salute registra 12.741 cicli di primo livello, mentre nell’ambito delle tecniche più complesse 49.913 cicli sono stati effettuati a fresco con FIVET-ICSI e 32.170 attraverso trasferimento di embrioni crioconservati (FER).
La criobiologia è infatti diventata uno degli elementi centrali della medicina riproduttiva moderna.
Crioconservazione di ovociti ed embrioni: cosa significa realmente
Le moderne tecniche di vitrificazione consentono di conservare ovociti ed embrioni a temperature estremamente basse per utilizzarli successivamente.
Dal punto di vista biologico, durante la conservazione criogenica il metabolismo cellulare viene sostanzialmente arrestato. Ciò permette di mantenere il materiale biologico per periodi molto lunghi, purché siano rispettate rigorose condizioni di conservazione e sicurezza.
Questo ha modificato profondamente l’organizzazione della PMA perché permette, per esempio, di separare temporalmente il momento della produzione degli embrioni dal loro successivo trasferimento.
La crioconservazione è importante anche nella preservazione della fertilità di pazienti oncologici che devono sottoporsi a trattamenti potenzialmente gonadotossici e, in specifici contesti, nella conservazione preventiva degli ovociti.
È però fondamentale sottolineare un concetto: congelare gli ovociti non equivale a congelare l’età riproduttiva della donna nel suo complesso. Può preservare ovociti ottenuti a una determinata età, ma non elimina i rischi ostetrici e materni associati a una gravidanza affrontata molti anni più tardi.
Il paradosso italiano: meno figli, più medicina della riproduzione
Il quadro italiano diventa particolarmente interessante se confrontato con l’andamento demografico generale.
Secondo ISTAT, nel 2024 sono nati circa 370 mila bambini, il 2,6% in meno rispetto al 2023. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, uno dei livelli più bassi mai registrati.
Da una parte, quindi, diminuisce complessivamente il numero delle nascite; dall’altra cresce l’utilizzo della medicina riproduttiva.
Non è una contraddizione.
Una popolazione può avere contemporaneamente una natalità molto bassa e una quota crescente di gravidanze ottenute attraverso assistenza medica. Se diminuiscono i potenziali genitori, aumenta l’età alla ricerca del primo figlio e cresce la probabilità che una parte delle coppie incontri difficoltà riproduttive, la PMA può diventare progressivamente più rilevante anche all’interno di un Paese che fa sempre meno figli.
La PMA non garantisce automaticamente una gravidanza
La crescita tecnologica non deve tuttavia alimentare l’idea che la medicina possa annullare completamente i limiti della biologia riproduttiva.
Le probabilità di successo dipendono da numerosi fattori: età della donna, riserva ovarica, qualità ovocitaria, caratteristiche del liquido seminale, patologie associate, causa dell’infertilità, precedenti gravidanze, caratteristiche embrionali e tecnica utilizzata.
Anche i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi sottolineano che i tassi medi di successo della fecondazione in vitro non possono essere trasferiti automaticamente al singolo paziente.
L’età femminile rimane uno dei principali determinanti prognostici, soprattutto quando vengono utilizzati ovociti propri.
Per questo il messaggio scientificamente corretto non dovrebbe essere che la PMA consente di avere figli “a qualsiasi età”, ma che le moderne tecniche possono ampliare considerevolmente le possibilità riproduttive in numerose condizioni di infertilità, senza però eliminare completamente gli effetti dell’età e delle condizioni cliniche individuali.
Una questione anche di accesso alle cure
La crescita della procreazione medicalmente assistita pone infine un problema di equità sanitaria.
L’OMS ha sottolineato come l’infertilità sia diffusa in misura significativa in tutte le aree del pianeta, mentre l’accesso alle cure varia enormemente. In numerosi Paesi i trattamenti vengono finanziati prevalentemente dalle famiglie e possono raggiungere costi incompatibili con il reddito disponibile.
Ne deriva un paradosso: l’infertilità è globale, ma la possibilità di curarla non lo è.
Nei prossimi anni la sfida non riguarderà quindi soltanto lo sviluppo di tecniche più efficaci, ma anche la costruzione di sistemi sanitari capaci di garantire appropriatezza clinica, sicurezza, informazione, sostegno psicologico e maggiore equità nell’accesso.
La medicina riproduttiva come specchio della società contemporanea
La crescita della procreazione medicalmente assistita racconta molto più dell’evoluzione di una disciplina medica.
Racconta il cambiamento della struttura delle famiglie, l’aumento dell’età alla maternità, le difficoltà economiche delle nuove generazioni, l’evoluzione del ruolo sociale e professionale della donna, le trasformazioni della fertilità maschile e femminile e, contemporaneamente, gli enormi progressi compiuti da embriologia, genetica, endocrinologia e criobiologia.
I numeri italiani sono emblematici: oltre 112 mila cicli in un anno, quasi 90 mila coppie trattate e più di 17 mila bambini nati attraverso la PMA.
La procreazione medicalmente assistita sta dunque diventando una componente sempre più importante della salute riproduttiva. Ma proprio il suo successo impone di evitare due semplificazioni opposte: considerare l’infertilità un problema esclusivamente individuale oppure pensare che la tecnologia possa sostituire senza limiti la fisiologia riproduttiva.
La prospettiva più corretta è quella della medicina preventiva e personalizzata: maggiore informazione sulla fertilità fin dalla giovane età, diagnosi tempestiva dei problemi riproduttivi, tutela della fertilità maschile e femminile, accesso appropriato alle tecniche di PMA e sostegno clinico e psicologico durante l’intero percorso.
In una società nella quale il progetto genitoriale tende a spostarsi sempre più avanti nel tempo, la fertilità è destinata a diventare non soltanto una questione privata, ma uno dei grandi temi sanitari, demografici e sociali dei prossimi decenni.



