Nel 2026 i casi confermati nel nostro Paese sono finora tutti associati a viaggi all’estero, ma i focolai italiani del 2024 hanno dimostrato che la trasmissione locale è possibile. Come riconoscere la malattia, quando rivolgersi al medico, quali farmaci evitare e a che punto sono vaccini, antivirali e strategie con zanzare Wolbachia.
La dengue non è più una malattia da osservare soltanto attraverso la lente della medicina tropicale. L’aumento dei viaggi internazionali, l’espansione delle zanzare del genere Aedes, l’urbanizzazione e condizioni climatiche favorevoli stanno allargando l’area nella quale il virus può circolare. Anche l’Italia, dove la zanzara tigre è ormai stabilmente presente, ha già sperimentato importanti focolai autoctoni.
Il quadro nazionale del 2026 è al momento rassicurante: dal 1° gennaio al 31 luglio l’Istituto superiore di sanità ha registrato 192 casi confermati di dengue, tutti associati a viaggi all’estero e senza decessi. Sarebbe però sbagliato trasformare questo dato in una dichiarazione di assenza di rischio. Ogni persona che rientra da un’area epidemica durante la stagione delle zanzare può costituire il punto di partenza di una catena locale, se viene punta da una Aedes albopictus capace di acquisire e ritrasmettere il virus.
Che cos’è il virus dengue e come si trasmette
La dengue è provocata da quattro virus strettamente correlati, indicati come DENV-1, DENV-2, DENV-3 e DENV-4. Appartengono al gruppo degli Orthoflavivirus e sono trasmessi soprattutto dalla puntura di femmine infette di Aedes aegypti. In Italia e in gran parte dell’Europa continentale assume particolare rilievo Aedes albopictus, la comune zanzara tigre, pienamente capace di sostenere focolai.
Nella normale vita quotidiana la dengue non passa direttamente da una persona all’altra. La catena tipica è uomo-zanzara-uomo: una zanzara punge una persona nella fase viremica, il virus si replica nell’insetto e, dopo alcuni giorni, può essere inoculato con una nuova puntura. Sono possibili, ma rare, altre vie, come la trasmissione attraverso sangue o organi infetti e quella perinatale.
Una prima infezione produce un’immunità duratura contro il singolo sierotipo responsabile, ma solo una protezione incompleta e temporanea verso gli altri tre. Per questo una seconda infezione con un sierotipo diverso può comportare un rischio maggiore di dengue grave, anche se le forme severe possono comparire già al primo episodio.
Dengue nel mondo: i numeri dell’emergenza sanitaria
La crescita epidemiologica è netta. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i casi notificati sono passati da circa 505 mila nel 2000 a 14,6 milioni nel 2024, anno record nel quale sono stati segnalati oltre 12 mila decessi.
Le cifre reali sono probabilmente superiori, perché molte infezioni sono asintomatiche, lievi o non vengono diagnosticate. Un modello frequentemente citato stima circa 390 milioni di infezioni annuali, di cui 96 milioni clinicamente manifeste.
Nel 2026 la pressione complessiva appare inferiore rispetto al picco precedente, ma resta elevata e distribuita in modo disomogeneo. Al 31 luglio l’ECDC riportava oltre 1,5 milioni di casi e più di 500 decessi nel mondo. Nello stesso periodo si osservavano aumenti stagionali in diversi Paesi asiatici, tra cui Sri Lanka, Bangladesh, India e Cambogia.
Questi confronti devono essere letti con cautela: definizioni di caso, capacità diagnostica e tempestività delle notifiche variano molto tra i sistemi sanitari.
Dengue in Italia: casi importati e focolai autoctoni
La situazione italiana degli ultimi anni mostra un andamento irregolare, ma rende evidente il passaggio da un rischio soltanto importato a un rischio anche locale.
| Periodo e fonte | Casi confermati | Importati | Autoctoni | Decessi |
|---|---|---|---|---|
| 2023, dato ISS consolidato | 362 | 280 | 82 | 1 |
| 2024, bollettino ISS al 19 novembre | 685 | 472 | 213 | 0 |
| 2025, dato provvisorio al 31 dicembre | 223 | 219 | 4 | 0 |
| 2026, dal 1° gennaio al 31 luglio | 192 | 192 | 0 | 0 |
Per il 2024 esiste inoltre un successivo ricalcolo scientifico che non va sovrapposto meccanicamente al bollettino pubblicato durante la stagione. Uno studio coordinato dall’ISS e apparso su Eurosurveillance nel luglio 2026 ha analizzato 296 casi localmente acquisiti di DENV-2, con esordio dei sintomi tra il 31 luglio e il 31 ottobre, distribuiti in quattro regioni. È il più grande insieme di casi autoctoni di dengue finora studiato nell’Europa continentale.

Il risultato più utile per la sanità pubblica riguarda la geografia della trasmissione. Meno dell’1% dei contagi per i quali è stato possibile ricostruire la sorgente si sarebbe verificato oltre 400 metri. Gli interventi di controllo del vettore sono stati associati a una riduzione della trasmissione del 41%, mentre ogni aumento di un grado della temperatura è stato associato a un incremento della trasmissibilità di circa il 20%.
Si tratta di associazioni stimate dal modello, non di rapporti causali validi automaticamente in ogni contesto, ma il messaggio operativo è forte: diagnosi precoce e interventi rapidi nel raggio circostante il caso possono spezzare la catena epidemica.
Il dato più recente resta quello dell’ISS: nessun caso autoctono notificato in Italia nei primi sette mesi del 2026. Alla data del 5 agosto, anche la sorveglianza europea indicava la Francia come unico Paese dell’Europa continentale con trasmissione locale segnalata nel 2026.
Perché l’Italia rimane esposta
La zanzara tigre è stabilita in gran parte del territorio italiano e punge prevalentemente di giorno, soprattutto al mattino e nel tardo pomeriggio. Il rischio di un focolaio nasce dall’incontro di tre fattori: arrivo di una persona viremica, abbondanza del vettore e temperature compatibili con la replicazione del virus nella zanzara.
Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2025, basato su casi importati, densità umana, dati climatici ed entomologici, ha concluso che in Italia sono attesi episodi locali di dengue più frequenti, soprattutto per il crescente numero di introduzioni attraverso i viaggi.
Le aree costiere, periurbane e vicine a grandi centri possono presentare condizioni favorevoli; nel Centro-Sud la finestra di trasmissione può prolungarsi fino all’autunno inoltrato. La posizione esatta di un focolaio dipende tuttavia spesso dall’introduzione casuale di un caso, non soltanto dall’aver avuto epidemie in passato.
Sintomi della dengue: come riconoscerla
Molte infezioni non producono sintomi. Quando la malattia si manifesta, l’incubazione dura in genere 5-7 giorni, con un intervallo possibile di circa 3-10 giorni. L’esordio è spesso improvviso e può comprendere febbre alta, forte mal di testa, dolore dietro agli occhi, dolori muscolari, articolari e ossei, nausea, stanchezza intensa ed eruzione cutanea. Possono comparire piccole manifestazioni emorragiche, come petecchie, sanguinamento dal naso o dalle gengive.
Il punto più insidioso è che il peggioramento può iniziare proprio quando la febbre scende. Tra il terzo e il settimo giorno, nella cosiddetta fase critica, l’aumento della permeabilità dei vasi può provocare perdita di plasma, emoconcentrazione, shock, sanguinamenti importanti o danni agli organi.
I segnali d’allarme che richiedono una valutazione urgente sono:
- dolore addominale intenso o progressivo;
- vomito persistente o incapacità di bere;
- sanguinamento da naso o gengive, sangue nel vomito o nelle feci;
- sonnolenza marcata, confusione, irritabilità o irrequietezza;
- difficoltà respiratoria;
- pelle fredda e umida, capogiri, svenimento o debolezza improvvisa;
- riduzione evidente della quantità di urina.
Una particolare attenzione è necessaria per donne in gravidanza, neonati e bambini piccoli, anziani, persone con precedenti infezioni da dengue e pazienti con malattie croniche, obesità, diabete, patologie renali, epatiche o cardiovascolari.
Cosa fare in caso di febbre dopo un viaggio
Chi sviluppa febbre entro due settimane dal ritorno da un’area nella quale circola la dengue dovrebbe contattare rapidamente il medico, comunicando destinazione, date del viaggio e giorno di comparsa dei sintomi. Durante la stagione della zanzara tigre, la dengue deve essere presa in considerazione anche in chi non ha viaggiato, soprattutto in presenza di un’allerta sanitaria locale.
Fino a quando la dengue non è stata esclusa, è prudente non assumere aspirina, ibuprofene, ketoprofene o altri farmaci antinfiammatori non steroidei, perché possono aumentare il rischio di sanguinamento.
Per febbre e dolore viene generalmente utilizzato il paracetamolo, rispettando dosi, controindicazioni e indicazioni del medico. Anche un eccesso di paracetamolo può danneggiare il fegato, già talvolta coinvolto dall’infezione.
È importante bere regolarmente, controllare la diuresi e non attendere il peggioramento per chiedere assistenza. La persona con dengue sospetta o confermata deve inoltre proteggersi dalle punture per tutta la fase viremica: una nuova zanzara potrebbe acquisire il virus e trasmetterlo ad altri.
Diagnosi: PCR, antigene NS1 e anticorpi
I sintomi della dengue possono essere confusi con influenza, Covid-19, chikungunya, Zika e altre infezioni febbrili. La diagnosi clinica da sola non basta.
Durante la prima settimana di malattia sono particolarmente utili la ricerca dell’RNA virale mediante RT-PCR e il test per l’antigene NS1. Gli anticorpi IgM diventano in genere rilevabili a partire dal quarto giorno e possono essere impiegati nelle fasi successive.
Un singolo test IgG non dimostra necessariamente un’infezione recente, perché gli anticorpi possono persistere a lungo e presentare reazioni crociate con altri flavivirus. L’OMS ha aggiornato nel 2025 le indicazioni sui test, sottolineando che la scelta deve considerare giorno di malattia, vaccinazioni, precedenti infezioni e circolazione di altri virus. Le linee guida diagnostiche dell’OMS sono disponibili online.

Emocromo, ematocrito, piastrine, funzionalità epatica e parametri clinici aiutano a valutare l’evoluzione, ma non sostituiscono i test specifici. Soprattutto nella fase critica, conta il loro andamento nel tempo più del singolo valore isolato.
Come si cura oggi la dengue
Al momento non esiste un antivirale approvato capace di eliminare il virus o di abbreviare con certezza la malattia. La cura è di supporto, ma non per questo è una terapia passiva. Riconoscere la fase clinica, mantenere una corretta idratazione e individuare precocemente la perdita di plasma possono ridurre drasticamente la mortalità.
Nelle forme non complicate sono indicati riposo, liquidi, controllo della febbre e rivalutazione medica se compaiono segnali d’allarme. Nei casi con dengue grave è necessario il ricovero e può servire un monitoraggio intensivo.
I liquidi endovenosi devono essere dosati con precisione: troppo pochi non correggono lo shock, troppi possono causare sovraccarico quando i liquidi extravascolari vengono riassorbiti.
Le trasfusioni profilattiche di piastrine non hanno dimostrato beneficio in assenza di sanguinamento significativo; anche i corticosteroidi non sono una terapia di routine e possono essere dannosi.
Vaccino contro la dengue: cosa è disponibile in Europa
Nell’Unione europea è autorizzato Qdenga, o TAK-003, vaccino vivo attenuato tetravalente indicato dall’EMA a partire dai 4 anni. Il ciclo prevede due dosi sottocutanee a distanza di tre mesi.
Non deve essere somministrato in gravidanza, durante l’allattamento o a persone con immunodeficienza significativa; è soggetto a prescrizione e il suo impiego deve seguire le raccomandazioni ufficiali.
La raccomandazione di sanità pubblica dell’OMS è più circoscritta rispetto all’indicazione regolatoria europea: uso programmatico nei bambini tra 6 e 16 anni che vivono in aree ad alta intensità di trasmissione.
Per i viaggiatori provenienti da Paesi non endemici la scelta deve essere individuale. Chi ha già avuto una dengue documentata, viaggia spesso o soggiorna a lungo in zone ad alta circolazione può ottenere un beneficio maggiore; nei viaggiatori mai infettati il vantaggio atteso è inferiore. La vaccinazione non sostituisce mai la protezione dalle punture. L’OMS dedica una sezione specifica a vaccini e viaggiatori.
Tra le novità internazionali vi è Butantan-DV, primo vaccino tetravalente monodose autorizzato in Brasile nel novembre 2025 per le persone tra 12 e 59 anni.
Il programma brasiliano è però stato temporaneamente interrotto l’8 giugno 2026 per approfondire un segnale di farmacovigilanza: 42 eventi rari con segnali d’allarme su circa 500 mila dosi, tre classificati come gravi, compresi due decessi, senza che fosse ancora stabilito un rapporto causale.
È un richiamo importante alla prudenza con cui vanno comunicati i risultati: l’approvazione è un passaggio decisivo, ma il monitoraggio della sicurezza continua nell’uso reale.

Nuovi antivirali: dalla sperimentazione alla terapia reale
La ricerca farmacologica sta finalmente producendo candidati mirati contro la replicazione del virus, ma nessuno è oggi una cura disponibile nella pratica clinica.
Il risultato più discusso riguarda mosnodenvir, inibitore orale della proteina virale NS4B. In un piccolo studio di fase 2a con infezione umana controllata, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2025, la dose più alta ha ridotto significativamente la quantità di RNA di DENV-3; sei dei dieci partecipanti trattati ad alta dose non hanno mostrato segni di infezione, contro nessuno dei sette assegnati al placebo.
Lo studio ha però coinvolto poche persone, esposte a un ceppo attenuato in condizioni controllate. Sono inoltre emerse varianti nella regione NS4B, possibile segnale di pressione selettiva.
Johnson & Johnson aveva già interrotto nel 2024 lo sviluppo sul campo per una scelta di portafoglio e non per problemi di sicurezza: un risultato promettente, dunque, ma senza un percorso immediato verso il mercato.
Un secondo candidato, EYU688, è anch’esso un inibitore orale di NS4B. A differenza del mosnodenvir viene studiato in pazienti con dengue naturale, in uno studio randomizzato e controllato con placebo che valuta carica virale, tempo alla scomparsa della febbre, sintomi e sicurezza.
Alla data del 19 agosto 2026 il trial risultava ancora in corso: non esistono quindi risultati clinici definitivi né un’autorizzazione.
Un’altra linea di ricerca utilizza anticorpi monoclonali ad ampio spettro. AV-1 è progettato per neutralizzare i quattro sierotipi e presenta una porzione Fc modificata per ridurre il rischio teorico di potenziamento anticorpo-dipendente.
È in valutazione in uno studio di fase 2 con infezione controllata da DENV-3, sia come profilassi sia come trattamento precoce. Anche in questo caso si parla di sperimentazione, non di terapia disponibile.
La difficoltà principale è il tempo. La viremia raggiunge il picco nelle prime giornate, spesso prima che la diagnosi sia confermata. Un antivirale efficace dovrà quindi essere sicuro, attivo contro tutti e quattro i sierotipi, semplice da assumere e somministrabile molto precocemente, possibilmente sulla base di test rapidi affidabili.
Wolbachia e zanzare sterili: una nuova forma di prevenzione
L’innovazione più matura potrebbe non essere un farmaco, ma un intervento sul vettore. Il batterio Wolbachia può essere impiegato in due modi: sostituire la popolazione di zanzare con insetti meno capaci di trasmettere il virus oppure liberare maschi infettati che, accoppiandosi con femmine selvatiche, producono uova non vitali e riducono il numero di vettori.
Nel 2026 uno studio cluster-randomizzato condotto a Singapore e pubblicato sul New England Journal of Medicine ha coinvolto aree abitate da oltre 724 mila persone.
Nei quartieri interessati dai rilasci di maschi Aedes aegypti con Wolbachia, la quota di test positivi per dengue è stata del 6%, contro il 21% nelle aree di controllo; l’efficacia protettiva stimata è risultata compresa tra il 71 e il 72%.
Non significa che lo stesso risultato sia automaticamente trasferibile all’Italia, dove il vettore dominante è Aedes albopictus e il contesto epidemiologico è diverso. L’OMS ha avviato nel giugno 2026 una nuova revisione sistematica delle strategie Wolbachia e prevede indicazioni aggiornate dopo la valutazione del gruppo di esperti attesa nel 2027.
Prevenzione: come ridurre concretamente il rischio
La zanzara che trasmette la dengue punge soprattutto di giorno. Repellenti autorizzati usati secondo l’etichetta, abiti chiari e coprenti, zanzariere, ambienti climatizzati e attenzione particolare nelle ore del mattino e del tardo pomeriggio riducono l’esposizione.
Nei cortili e sui balconi è essenziale eliminare almeno una volta alla settimana l’acqua da sottovasi, secchi, teli, contenitori, grondaie e piccoli recipienti. I serbatoi che non possono essere svuotati devono essere coperti.
Prima di un viaggio in un’area endemica o con epidemia in corso è utile rivolgersi con largo anticipo a un ambulatorio di medicina dei viaggi. La decisione sul vaccino dipende da età, destinazione, durata e frequenza dei soggiorni, precedenti infezioni, gravidanza, terapie e condizioni immunitarie.
Al ritorno, febbre e dolori non devono essere liquidati come una generica influenza estiva. Una diagnosi rapida protegge il paziente e consente alla sanità pubblica di attivare il controllo delle zanzare attorno ai luoghi frequentati durante la viremia.
La lezione sanitaria della dengue
La dengue mostra con chiarezza che medicina clinica, diagnostica, sorveglianza epidemiologica, ambiente e controllo dei vettori non possono essere separati. L’Italia non è oggi un Paese endemico e i dati del 2026 non indicano trasmissione locale, ma i focolai del 2023 e soprattutto del 2024 escludono ogni possibilità di sottovalutazione.
La buona notizia è che l’identificazione tempestiva dei casi, l’idratazione correttamente gestita e gli interventi rapidi sulle zanzare possono ridurre in modo sostanziale complicanze e diffusione.
La ricerca sta avanzando con vaccini, antivirali, anticorpi monoclonali e biocontrollo mediante Wolbachia. La cautela resta però indispensabile: un candidato in fase 2 non è ancora una cura, un’autorizzazione non cancella la farmacovigilanza e nessuna tecnologia sostituisce la diagnosi precoce.



