Patologie considerate sconfitte continuano a circolare o ricompaiono attraverso focolai, casi importati e trasmissioni locali. I dati ufficiali di ISS, ECDC e OMS mostrano perché vaccinazioni, sorveglianza epidemiologica e diagnosi tempestiva restano indispensabili
Per decenni morbillo, pertosse, difterite, poliomielite, malaria e tubercolosi sono state associate a un passato sanitario che sembrava definitivamente superato. Vaccini, antibiotici, miglioramento delle condizioni igieniche e programmi di prevenzione hanno ridotto drasticamente il loro impatto, creando però una percezione ingannevole: quella della scomparsa.
In realtà, molte di queste malattie non sono mai state eradicate. Alcune sono state eliminate dal territorio italiano, altre soltanto controllate, mentre diverse continuano a produrre migliaia di casi. La riduzione delle coperture vaccinali, la perdita di immunità nel tempo, l’aumento dei viaggi internazionali, le disuguaglianze nell’accesso alle cure, il cambiamento climatico e la maggiore diffusione degli insetti vettori possono favorirne la ricomparsa.
Non siamo davanti al ritorno generalizzato delle epidemie del passato, ma a segnali epidemiologici che non devono essere sottovalutati. Il problema principale è la progressiva perdita della memoria collettiva: quando una malattia diventa rara, diminuisce anche la percezione del rischio e può ridursi l’adesione alle misure che l’avevano resa rara.
Eradicazione, eliminazione e controllo non significano la stessa cosa
Nel linguaggio comune si dice spesso che una malattia è stata “debellata”. Dal punto di vista scientifico, tuttavia, occorre distinguere tre condizioni.
L’eradicazione indica la scomparsa permanente dell’agente patogeno e della sua trasmissione naturale in tutto il mondo. Il vaiolo è il principale esempio di malattia umana eradicata, risultato certificato dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1980.
L’eliminazione riguarda invece l’interruzione della trasmissione endemica in una determinata area geografica. Una malattia eliminata può essere nuovamente importata e produrre casi isolati o focolai, soprattutto se incontra persone non immunizzate.
Il controllo epidemiologico, infine, significa che l’incidenza è stata ridotta a livelli relativamente bassi grazie a interventi continuativi. Se vaccinazioni, sorveglianza e assistenza vengono indebolite, la malattia può tornare a diffondersi.
Questa distinzione è fondamentale: in Italia il vaiolo è eradicato; poliomielite, rosolia e malaria autoctona sono state eliminate; morbillo, pertosse, tubercolosi e tetano sono invece ancora presenti, sebbene con dimensioni e modalità molto differenti.
Morbillo: il ritorno più evidente
Il morbillo rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di malattia prevenibile con il vaccino che continua a circolare. Non si tratta di una semplice eruzione cutanea infantile, ma di un’infezione virale estremamente contagiosa che può causare polmonite, encefalite, epatite e, a distanza di anni, la rara ma letale panencefalite subacuta sclerosante.
Nel 2024 in Italia sono stati segnalati oltre mille casi. Nel 2025 le notifiche sono scese a 529, ma il virus ha continuato a circolare in venti Regioni e Province autonome. L’età mediana dei casi è stata di 31 anni, a conferma del coinvolgimento di giovani adulti sfuggiti alla vaccinazione durante l’infanzia.
Secondo il bollettino dell’Istituto superiore di sanità, l’87,6% dei pazienti dei quali era conosciuto lo stato vaccinale non risultava vaccinato. Circa un caso su tre ha sviluppato almeno una complicanza e 53 infezioni hanno riguardato operatori sanitari. L’incidenza più elevata è stata osservata nei bambini tra zero e quattro anni, con 26 casi sotto l’anno di età, quando il ciclo vaccinale non è ancora stato completato.
Nel solo gennaio 2026 sono stati notificati altri 84 casi, 73 dei quali confermati in laboratorio. Cinque hanno interessato operatori sanitari. Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Puglia e Calabria hanno concentrato oltre il 96% delle segnalazioni del mese. Sono i dati più recenti messi a disposizione dal sistema nazionale di sorveglianza integrata morbillo-rosolia dell’ISS.
La valutazione più recente della Commissione regionale dell’OMS considera ancora endemica la trasmissione del morbillo in Italia, mentre la rosolia risulta eliminata. Per interrompere stabilmente la circolazione servono coperture di almeno il 95% con due dosi in tutte le aree geografiche e in tutte le fasce di popolazione. La media nazionale, da sola, non è sufficiente se nasconde sacche locali di persone suscettibili.
Pertosse: oltre 4.600 casi e dieci decessi nel 2024
La pertosse, conosciuta anche come tosse convulsa, è un’infezione respiratoria causata principalmente dal batterio Bordetella pertussis. Negli adulti può manifestarsi come una tosse persistente e apparentemente banale, favorendo una circolazione silenziosa. Nei neonati, invece, può provocare apnee, polmonite, convulsioni e morte.
Il rapporto epidemiologico pubblicato dall’ECDC nell’aprile 2026 documenta una crescita eccezionale nel 2024: nei Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo sono stati segnalati 209.674 casi, contro 26.001 nel 2023.
In Italia si è passati da 132 notifiche nel 2023 a 4.651 nel 2024, con un’incidenza di 7,9 casi ogni 100.000 abitanti. Nello stesso anno sono stati attribuiti alla pertosse dieci decessi italiani. I dati sono contenuti nell’ultimo rapporto epidemiologico dell’ECDC sulla pertosse.
L’aumento non dipende da una sola causa. L’ECDC indica l’accumulo di persone suscettibili dopo gli anni della pandemia, il calo della circolazione batterica durante le restrizioni, la perdita graduale dell’immunità, le vaccinazioni incomplete e il miglioramento della capacità diagnostica. La pertosse presenta inoltre cicli epidemici naturali ogni tre-cinque anni.
La vaccinazione in gravidanza è una delle misure più importanti perché permette il trasferimento degli anticorpi materni al feto e protegge il neonato nei primi mesi di vita. È necessaria a ogni gravidanza, anche quando la donna sia stata precedentemente vaccinata. Restano fondamentali anche i richiami previsti per adolescenti e adulti.
Tubercolosi: non è mai scomparsa
La tubercolosi viene spesso descritta come una malattia del passato, ma non è mai stata eliminata dall’Italia. È causata dal Mycobacterium tuberculosis e si trasmette principalmente attraverso l’aria nelle forme polmonari e laringee attive.
Il rapporto congiunto ECDC-OMS pubblicato nel marzo 2026 registra in Italia 3.150 casi di tubercolosi nel 2024, pari a 5,3 notifiche ogni 100.000 abitanti. Nel 2023 erano stati 2.893: l’incremento annuale è quindi dell’8,6%. L’Italia resta un Paese a bassa incidenza, ma tremila diagnosi ogni anno dimostrano che la patologia è tutt’altro che scomparsa. Nel 2024 sono stati inoltre notificati 53 casi resistenti alla rifampicina o multiresistenti.
Nell’intera UE e nello Spazio economico europeo sono stati registrati 38.249 casi, con un tasso di 8,4 ogni 100.000 abitanti. I dati completi sono riportati nel rapporto “Tuberculosis surveillance and monitoring in Europe 2026”.

La tubercolosi può rimanere latente per anni senza provocare sintomi e senza essere contagiosa. Malnutrizione, immunodepressione, condizioni abitative precarie, ritardo diagnostico e difficoltà di accesso ai servizi sanitari possono favorire la progressione verso la malattia attiva.
Attribuire la tubercolosi semplicemente ai fenomeni migratori sarebbe epidemiologicamente scorretto. I casi osservati nelle persone nate in Paesi ad alta incidenza riflettono esposizioni precedenti, condizioni sociali, viaggi e riattivazioni di infezioni latenti. La risposta efficace si basa su diagnosi precoce, tracciamento dei contatti, trattamento dell’infezione latente e accesso alle cure senza barriere.
Tetano: pochi casi, ma l’Italia resta tra i Paesi europei più colpiti
Il tetano non si trasmette da una persona all’altra. È provocato dalla tossina prodotta dal Clostridium tetani, batterio le cui spore possono sopravvivere nel terreno e penetrare attraverso ferite, anche piccole.
Nel 2024 l’ECDC ha ricevuto 73 segnalazioni dai Paesi europei partecipanti alla sorveglianza. L’Italia ne ha notificati 28, circa il 38% del totale e il numero più elevato tra i Paesi UE e SEE. Diciannove dei 67 casi europei per i quali era noto l’esito sono risultati fatali, soprattutto tra uomini anziani. I numeri sono riportati nell’Annual Epidemiological Report 2024 sul tetano.
La concentrazione dei casi italiani riguarda soprattutto anziani non vaccinati o con richiami incompleti, in particolare persone nate prima dell’introduzione della vaccinazione sistematica. Aver completato il ciclo durante l’infanzia non significa essere protetti per sempre: il calendario nazionale prevede richiami periodici in età adulta.
Il tetano mostra chiaramente perché il successo delle vaccinazioni possa diventare paradossalmente un fattore di rischio. Non vedendo più la malattia, ci si dimentica della necessità di mantenere la protezione.
Difterite: rarissima, ma non cancellata
La difterite è una grave infezione batterica che può interessare le vie respiratorie e la cute. La tossina prodotta da alcuni ceppi di Corynebacterium diphtheriae può danneggiare cuore e sistema nervoso.
In Italia i casi restano eccezionali. Nel 2024 il rapporto dell’ECDC ha registrato un caso italiano con manifestazioni respiratorie e cutanee. Nell’intera Europa, tuttavia, tra il 2022 e il 2023 si è verificato un aumento delle infezioni da ceppi tossigeni, seguito da una diminuzione nel 2024. I dati dimostrano che il batterio non è scomparso e che i casi importati possono verificarsi anche in Paesi con programmi vaccinali consolidati. La situazione è descritta nell’ultimo rapporto ECDC sulla difterite.
La vaccinazione protegge principalmente dagli effetti della tossina e deve essere mantenuta attraverso i richiami combinati contro difterite, tetano e pertosse. Una diagnosi rapida è essenziale per avviare la terapia antibiotica, somministrare l’antitossina quando indicata e controllare i contatti.
Rosolia: eliminata, ma non inesistente
La rosolia è generalmente lieve nell’infanzia, ma può avere conseguenze devastanti se contratta durante la gravidanza. L’infezione può provocare aborto, morte fetale o sindrome della rosolia congenita, associata a sordità, cardiopatie, cataratta e alterazioni neurologiche.
Nel 2023 l’OMS ha riconosciuto che l’Italia aveva interrotto da almeno 36 mesi la trasmissione endemica della rosolia. L’eliminazione è stata resa possibile dalla vaccinazione MPR, dalla sorveglianza di laboratorio e dal monitoraggio delle infezioni in gravidanza. L’ISS ha definito il risultato un importante traguardo di sanità pubblica.
Eliminazione, tuttavia, non significa impossibilità di osservare nuovi casi. Nel 2024 sono state registrate due segnalazioni classificate come possibili; altre due nel 2025 e una nel gennaio 2026. Questi numeri non dimostrano il ripristino della trasmissione endemica, ma ricordano che importazioni e casi sporadici rimangono possibili.
La protezione delle donne in età fertile resta prioritaria. Prima di una gravidanza è opportuno verificare lo stato vaccinale, poiché il vaccino vivo attenuato non può essere somministrato durante la gestazione.
Poliomielite: assente in Italia, ma ancora sorvegliata
L’ultimo caso di poliomielite acquisita in Italia risale al 1982. Il Paese è stato ufficialmente certificato “polio-free”, insieme alla Regione europea dell’OMS, nel 2002. Non esistono quindi prove di un ritorno della poliomielite clinica nel territorio italiano.
La sorveglianza non può però essere interrotta. Tra il 2024 e il 2025 poliovirus derivati da ceppi vaccinali sono stati individuati nelle acque reflue di Finlandia, Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito, oltre che in Israele. Nel novembre 2025 un poliovirus selvaggio di tipo 1 è stato isolato in un campione ambientale raccolto ad Amburgo, senza casi associati di paralisi. L’OMS Europa ricorda che finché il virus circolerà in qualche parte del mondo resterà possibile la sua importazione.
In Italia la copertura contro la poliomielite a 24 mesi, riferita ai bambini nati nel 2022, era del 94,45% nel 2024, leggermente sotto l’obiettivo del 95%. Per la quarta dose in età prescolare le coperture nazionali si collocavano intorno all’84-86%. Sono dati che non indicano un’epidemia imminente, ma mostrano l’esistenza di margini di vulnerabilità.
Malaria: eliminata la trasmissione endemica, non i casi importati
La trasmissione della malaria fu sostanzialmente interrotta in Italia dopo la campagna antimalarica del 1947-1951. L’OMS certificò il Paese libero dalla malaria nel 1970.
Il parassita, tuttavia, viene diagnosticato ogni anno in persone che hanno soggiornato in aree endemiche. L’ISS segnala tra 700 e 800 casi annui, praticamente tutti importati. Nel 2022 le notifiche erano state 596, salite a 798 nel 2023, con una letalità dello 0,5%, superiore a quella registrata negli anni precedenti. I dati sono disponibili nella sezione epidemiologica di EpiCentro dedicata alla malaria.
Tra il 2013 e il 2017 erano stati confermati 3.805 casi, dodici dei quali classificati come autoctoni: quattro collegati a modalità accidentali di trasmissione e otto definiti criptici, perché non era stato possibile stabilire con certezza luogo e modalità del contagio.
Il rischio principale rimane il ritardo diagnostico. Una febbre comparsa dopo un viaggio in una zona malarica deve essere segnalata immediatamente al medico, anche quando siano trascorse diverse settimane o mesi dal rientro.
Dengue: il cambiamento climatico modifica la geografia delle infezioni
La dengue non è una malattia tradizionalmente endemica in Italia, ma è diventata uno degli esempi più evidenti della capacità delle infezioni trasmesse da vettori di insediarsi temporaneamente nell’Europa mediterranea.
Il virus viene trasmesso soprattutto da zanzare del genere Aedes. La presenza diffusa di Aedes albopictus, la zanzara tigre, permette che un caso importato possa innescare una trasmissione locale durante i mesi più caldi.
Al 26 novembre 2024 il sistema nazionale aveva registrato 687 casi confermati: 474 associati a viaggi internazionali e 213 autoctoni. Il focolaio più esteso, localizzato nelle Marche, contava 143 infezioni confermate. Al 3 dicembre il totale nazionale era salito a 693 casi.
Nel 2025 sono stati segnalati 182 casi confermati, 178 importati e quattro autoctoni. Nei primi sei mesi del 2026 l’ISS ha registrato 169 casi, tutti associati a viaggi all’estero e senza decessi. Gli aggiornamenti sono consultabili nella sorveglianza nazionale delle arbovirosi dell’ISS.
L’esperienza italiana dimostra che il cambiamento climatico non “crea” i virus, ma può ampliare il periodo di attività dei vettori, accelerarne il ciclo biologico e aumentare le occasioni di trasmissione. Temperature elevate, urbanizzazione, ristagni d’acqua e mobilità internazionale concorrono a definire il rischio.
Perché le vecchie malattie tornano
Il ritorno delle infezioni non può essere attribuito a una sola causa. Le coperture vaccinali nazionali possono apparire elevate, ma nascondere differenze regionali e gruppi di popolazione poco protetti. Nel 2024 la prima dose contro il morbillo ha raggiunto in Italia il 94,77%, ancora sotto la soglia del 95%, con valori regionali compresi tra l’87,98% della Sicilia e il 98,11% del Molise.
La seconda dose contro il morbillo, nelle età prescolari, si fermava intorno all’84-86%. Tra i sedicenni la copertura con due dosi era del 90,85%. Anche per la poliomielite e i richiami contro difterite, tetano e pertosse rimangono lacune, soprattutto tra adolescenti, adulti e anziani. Il quadro nazionale è riportato dall’ISS nei dati sulle coperture vaccinali.
A queste criticità si aggiungono la riduzione delle vaccinazioni durante la pandemia, la disinformazione, la perdita dell’immunità nel tempo, la difficoltà nel raggiungere alcune comunità, la maggiore mobilità internazionale e la tendenza a diagnosticare in ritardo malattie non più familiari ai medici più giovani.
Anche il miglioramento dei test contribuisce all’aumento delle notifiche. Una parte della crescita apparente, soprattutto per la pertosse, deriva dall’impiego più esteso della diagnostica molecolare. Questo non riduce l’importanza del fenomeno, ma invita a interpretare correttamente i confronti storici.
La sanità italiana non deve perdere la memoria epidemiologica
Il vero rischio non è che tutte le epidemie del passato ritornino contemporaneamente. Il pericolo è considerare definitive conquiste sanitarie che richiedono invece manutenzione continua.
La prevenzione deve accompagnare l’intera vita, non fermarsi all’infanzia. È necessario recuperare le vaccinazioni mancate, controllare i richiami negli adulti, proteggere le donne in gravidanza dalla pertosse, verificare l’immunità contro morbillo e rosolia e rafforzare la vaccinazione delle persone fragili e degli operatori sanitari.
Servono inoltre laboratori capaci di identificare rapidamente ceppi e varianti, sorveglianza delle acque reflue, controllo degli insetti vettori, diagnosi tempestiva della tubercolosi, medicina dei viaggi e comunicazione pubblica basata su dati verificabili.
Le malattie infettive non ritornano perché la medicina ha fallito. Ritornano quando diminuisce la protezione collettiva costruita dalla medicina. La lezione epidemiologica è semplice: una patologia rara non è necessariamente una patologia scomparsa. Spesso è una malattia tenuta a distanza da vaccini, sorveglianza e servizi sanitari che devono continuare a funzionare anche quando l’emergenza sembra conclusa.



