Robot soldati e intelligenza artificiale: l’innovazione militare corre più veloce delle regole

Dai robot umanoidi Phantom all’IA capace di percepire e agire sul campo: le nuove tecnologie promettono di proteggere i militari e ridurre gli errori, ma aprono interrogativi profondi su autonomia, sorveglianza e responsabilità delle decisioni letali

Non è ancora il “Terminator” evocato dal cinema, ma neppure un semplice esperimento di laboratorio. Negli Stati Uniti alcune aziende stanno sviluppando robot umanoidi destinati non soltanto alle fabbriche e alla logistica, ma anche alla difesa, alla ricognizione e, potenzialmente, al combattimento.

Uno dei casi più discussi riguarda Foundation Future Industries, startup californiana fondata nel 2024 e produttrice di Phantom, un robot umanoide progettato per muoversi negli ambienti costruiti per gli esseri umani. L’azienda sostiene che queste macchine potranno svolgere lavori industriali pesanti, operare in aree pericolose e affiancare i soldati nelle guerre del futuro.

Il punto più controverso è che Foundation non esclude una futura versione armata. Il cofondatore Sankaet Pathak ha dichiarato che, qualora le forze armate statunitensi richiedessero robot umanoidi dotati di armi, l’azienda sarebbe disponibile a svilupparli. Al momento, tuttavia, non risulta che Phantom sia armato: le applicazioni militari descritte riguardano soprattutto trasporto di materiali, esplorazione di edifici e ricognizione. L’inchiesta di The Independent ha riportato anche l’esistenza di accordi e sperimentazioni militari per un valore stimato di circa 24 milioni di dollari, una cifra non confermata nel dettaglio dalla società.

Phantom, il robot umanoide pensato per fabbriche e scenari militari

Phantom è alto circa 1,80 metri, pesa 80 chilogrammi e, secondo i dati pubblicati dall’azienda, può trasportare fino a 40 chilogrammi. Dispone di 29 gradi di libertà, può raggiungere una velocità di 1,7 metri al secondo e utilizza attuatori cicloidali elettrici progettati per offrire forza, precisione e ridotta rumorosità. La coppia massima dichiarata raggiunge 160 Nm, mentre il tempo di risposta degli attuatori sarebbe inferiore a 10 millisecondi. Le specifiche sono pubblicate da Foundation, ma devono essere considerate dati forniti dal produttore e non risultati di una valutazione indipendente.

La forma umanoide rappresenta una delle innovazioni più interessanti, ma anche più discutibili. Un robot con braccia, gambe e mani può salire scale, attraversare porte, utilizzare utensili e muoversi in spazi progettati per il corpo umano. Non è necessario ricostruire una fabbrica, un deposito o un edificio militare intorno alla macchina: è il robot ad adattarsi all’ambiente.

Questa flessibilità ha però un costo. Un umanoide è meccanicamente più complesso di un veicolo cingolato, di un drone o di un robot quadrupede. Presenta un maggior numero di articolazioni, può perdere l’equilibrio e richiede sofisticati sistemi di controllo. Sul campo di battaglia, dove polvere, fango, pioggia, interferenze elettroniche e urti sono la norma, l’aspetto antropomorfo non garantisce automaticamente affidabilità.

La domanda, dunque, non è soltanto se sia possibile costruire un robot soldato, ma se la forma umana sia realmente la più efficace oppure risponda anche a esigenze di comunicazione, attrazione degli investimenti e rappresentazione simbolica della tecnologia.

L’innovazione più delicata: l’intelligenza artificiale che comprende il mondo fisico

Il vero salto tecnologico non è costituito soltanto dalla meccanica. Foundation sta sviluppando Cortex, un sistema di “physical AI”, cioè un’intelligenza artificiale destinata non semplicemente a elaborare testi o immagini, ma a prevedere gli effetti delle azioni nel mondo reale.

Secondo la società, Cortex combina modelli visivo-linguistici e filtri probabilistici per trasformare i dati sensoriali in rappresentazioni dell’ambiente, aggiornare continuamente le previsioni e tradurle in movimenti. L’obiettivo è permettere a Phantom di imparare con meno dati, adattarsi a situazioni nuove e anticipare il risultato delle proprie azioni. La descrizione tecnica di Cortex parla di percezione, inferenza bayesiana e capacità decisionale stratificata.

In una fabbrica, ciò potrebbe consentire al robot di riconoscere un oggetto, afferrarlo, valutarne il peso e spostarlo senza una programmazione specifica per ogni singolo movimento. In un ambiente militare, lo stesso sistema potrebbe aiutare la macchina a esplorare un edificio, evitare ostacoli, costruire una mappa, individuare presenze e scegliere autonomamente il percorso più sicuro.

È qui che l’innovazione diventa discutibile. Un’intelligenza artificiale capace di percepire, prevedere e agire può essere impiegata per salvare persone durante un incendio oppure per avvicinarsi a un obiettivo militare. La tecnologia di base è la stessa; cambia la missione affidata alla macchina.

IA a bordo e decisioni in tempo reale

Un’altra frontiera riguarda l’elaborazione direttamente sul robot. I nuovi processori destinati alla cosiddetta physical AI integrano CPU, GPU e NPU, l’unità specializzata nell’esecuzione degli algoritmi di intelligenza artificiale. Questo consente di analizzare immagini, interpretare comandi e controllare i movimenti senza inviare continuamente i dati a un centro remoto.

Nel luglio 2026 AMD ha presentato la serie Ryzen AI Embedded X100, progettata per robotica, automazione, aerospazio e difesa. Questi processori possono integrare fino a 16 core CPU Zen 5, grafica e accelerazione neurale in un unico sistema, con l’obiettivo di ridurre latenza e dipendenza dalla connessione. La produzione è prevista nel quarto trimestre del 2026.

L’elaborazione locale è essenziale negli scenari nei quali le comunicazioni possono essere disturbate o interrotte. Ma un robot che continua ad agire quando perde il collegamento con l’operatore introduce un problema sostanziale: quanto deve essere autonoma la macchina e che cosa deve fare quando non può più ricevere ordini?

Una funzione utile per impedire che il robot rimanga immobilizzato può trasformarsi, in un sistema armato, nella possibilità di proseguire una missione senza un controllo umano effettivo.

Dalla teleoperazione all’autonomia: il confine che può cambiare in pochi secondi

Phantom può essere controllato a distanza oppure affidarsi alle capacità di navigazione dell’intelligenza artificiale. Questa architettura ibrida è probabilmente la soluzione più realistica per i prossimi anni: l’essere umano assegna la missione, mentre il robot decide autonomamente come muoversi e come svolgere alcune azioni.

Il problema è stabilire dove termini l’autonomia di movimento e dove inizi quella decisionale. Un robot può scegliere il percorso per entrare in un edificio. Può riconoscere un oggetto sospetto. Può segnalare una persona. Ma può anche classificarla come minaccia? E, soprattutto, può utilizzare la forza?

Le espressioni “human in the loop” e “human on the loop” descrivono due modelli molto diversi. Nel primo, l’essere umano deve autorizzare ogni azione critica. Nel secondo, la macchina opera autonomamente e l’operatore può intervenire per fermarla. La differenza sembra minima, ma sul campo di battaglia può essere decisiva.

Se un sistema elabora centinaia di segnali in pochi secondi e presenta all’operatore una raccomandazione già formulata, il controllo umano rischia di diventare soltanto formale. L’uomo continua a premere il pulsante, ma non possiede necessariamente il tempo, i dati o la capacità per contestare la valutazione dell’algoritmo.

Robot per la ricognizione e il controllo delle frontiere

Foundation sta studiando l’impiego di Phantom per esplorare edifici e ambienti sotterranei prima dell’ingresso dei militari. La stessa azienda ha inoltre riferito di contatti con il Department of Homeland Security per possibili applicazioni lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, anche se non risultano contratti formali confermati.

Dal punto di vista operativo, un robot può entrare in un tunnel, attraversare un’area contaminata, trasportare sensori e inviare immagini senza esporre una persona. Questi utilizzi possono ridurre i rischi per soldati, artificieri e soccorritori.

La controversia riguarda l’estensione della sorveglianza. Un umanoide dotato di telecamere, microfoni, sistemi di riconoscimento e capacità di pattugliamento può passare dalla protezione di un’infrastruttura al controllo sistematico delle persone. Il confine tra sicurezza, sorveglianza militare e controllo civile diventa ancora più fragile quando la medesima piattaforma viene proposta a forze armate, polizia e autorità di frontiera.

Non è quindi sufficiente chiedersi se il robot sia armato. Anche una macchina priva di armi può raccogliere dati biometrici, seguire individui, classificare comportamenti e indicare obiettivi a operatori umani o ad altri sistemi.

Il rischio di errore algoritmico

Le intelligenze artificiali non osservano il mondo come una persona. Trasformano immagini e segnali in probabilità. Un oggetto non viene “capito”, ma classificato sulla base dei dati utilizzati per addestrare il modello.

In condizioni controllate, questi sistemi possono raggiungere livelli elevati di precisione. In guerra, però, cambiano illuminazione, prospettive, abbigliamento, condizioni meteorologiche e comportamento delle persone. Fumo, detriti e occultamenti possono degradare i sensori. Un avversario può inoltre cercare deliberatamente di ingannare il sistema attraverso camuffamenti, falsi segnali, attacchi informatici o manipolazioni delle immagini.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa sottolinea che le armi autonome possono avere difficoltà a distinguere civili e combattenti, riconoscere un soldato ferito o comprendere una resa. Il diritto internazionale umanitario richiede valutazioni di contesto, proporzionalità e precauzione che non possono essere ridotte facilmente a una sequenza di istruzioni matematiche.

Chi risponde quando una macchina sbaglia?

Il problema più profondo è la responsabilità. Se un robot autonomo colpisce la persona sbagliata, la colpa ricade sull’operatore, sul comandante, sul produttore, sul programmatore o sull’amministrazione che lo ha acquistato?

Più lunga diventa la catena tecnologica, più difficile è individuare il punto in cui è stata presa la decisione determinante. Il modello potrebbe avere classificato erroneamente un’immagine; il sensore potrebbe essere stato disturbato; l’operatore potrebbe avere ricevuto informazioni incomplete; oppure il sistema potrebbe essere stato utilizzato in un ambiente diverso da quello per cui era stato validato.

La normativa statunitense richiede che comandanti e operatori conservino un livello appropriato di giudizio umano sull’uso della forza. La direttiva 3000.09 del Dipartimento della Difesa prevede verifiche, test realistici, sistemi comprensibili agli operatori e procedure chiare di attivazione e disattivazione. Resta tuttavia aperta l’interpretazione concreta di cosa costituisca un controllo umano “appropriato”.

Anche l’AI Act europeo non risolve completamente il problema, perché il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale esclude dal proprio campo di applicazione i sistemi destinati esclusivamente a finalità militari, di difesa o sicurezza nazionale. La disciplina delle armi autonome rimane quindi affidata soprattutto al diritto internazionale umanitario, alle legislazioni nazionali e a negoziati multilaterali ancora incompleti.

Una corsa agli armamenti che abbassa il costo politico della guerra

I sostenitori della robotica militare affermano che inviare una macchina al posto di un soldato può salvare vite. L’argomento è concreto: un robot può disinnescare un ordigno, recuperare un ferito, esplorare un edificio o trasportare munizioni senza esporre direttamente una persona.

Ma la stessa caratteristica può abbassare il costo politico dell’intervento militare. Se uno Stato non rischia i propri soldati, potrebbe diventare più semplice autorizzare operazioni armate, incursioni o occupazioni. Le perdite umane non scomparirebbero: verrebbero trasferite soprattutto alle popolazioni e ai combattenti presenti nel territorio in cui operano le macchine.

La produzione su larga scala introduce un ulteriore rischio. Robot relativamente economici, replicabili e aggiornabili via software potrebbero diffondersi molto più rapidamente di sistemi d’arma tradizionali. La storia dei droni mostra come una tecnologia inizialmente costosa e riservata a poche potenze possa diventare accessibile a eserciti minori, gruppi armati e organizzazioni criminali.

Un’industria divisa sulla militarizzazione

Nel 2022 Boston Dynamics, Clearpath Robotics, Agility Robotics, ANYbotics, Open Robotics e Unitree firmarono una lettera contro l’armamento dei robot mobili general purpose. Le aziende avvertivano che la trasformazione di piattaforme disponibili commercialmente in armi avrebbe generato nuovi rischi e compromesso la fiducia pubblica nella robotica. Open Robotics ha ribadito pubblicamente l’impegno a non armare i propri sistemi.

Foundation ha scelto una posizione diversa. La società considera la difesa un mercato legittimo e sostiene che rinunciare allo sviluppo occidentale di robot militari lascerebbe un vantaggio strategico a Cina e Russia. È la classica logica della corsa agli armamenti: ogni attore giustifica la propria accelerazione con i progressi dell’avversario.

Il risultato è che la domanda etica viene sostituita da quella strategica. Non ci si chiede più se sia opportuno delegare alcune funzioni alla macchina, ma quanto rapidamente sia necessario farlo prima che lo facciano gli altri.

Innovazione o perdita del controllo umano?

I robot umanoidi non sono necessariamente armi e possono offrire benefici importanti nella produzione industriale, nella protezione civile, nel soccorso e nelle operazioni in ambienti contaminati. La controversia nasce quando la stessa piattaforma viene progettata fin dall’inizio per passare senza profonde modifiche dalla fabbrica al campo di battaglia.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede regole internazionali vincolanti che vietino i sistemi imprevedibili e quelli progettati per applicare autonomamente la forza contro le persone, imponendo severe restrizioni alle altre armi autonome. Il principio fondamentale è che le decisioni sulla vita e sulla morte non possono essere cedute a sensori e software.

Il caso Phantom mostra che il problema non appartiene più soltanto alla fantascienza. Le componenti necessarie — corpi robotici, visione artificiale, modelli predittivi, processori per l’IA a bordo e navigazione autonoma — esistono già. Il robot armato completamente autonomo non è ancora una realtà operativa documentata, ma l’architettura tecnologica che potrebbe renderlo possibile sta prendendo forma.

La vera innovazione discutibile non è quindi il singolo umanoide che impugna un’arma. È la progressiva normalizzazione di un sistema nel quale le macchine percepiscono, classificano, raccomandano e agiscono, mentre il ruolo umano rischia di ridursi all’approvazione di decisioni formulate altrove.

La tecnologia può proteggere i soldati e ridurre alcuni errori. Ma senza limiti verificabili, responsabilità definite e controllo umano effettivo, potrebbe anche rendere la guerra più rapida, impersonale e politicamente più facile da iniziare.

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